1944 – 2008: 64 anni dall’eccidio di Pramosio

La cappelletta prima del 1952, anno in cui una valanga la distrusse.
La cappelletta prima del 1952, anno in cui una valanga la distrusse.

Oggi, alle ore 11, nella Cappelletta di Malga Pramosio, si perpetuerà la memoria delle 16 vittime trucidate il 21luglio 1944. Si metteranno da parte le fisarmoniche e l’allegria tipica di questo suggestivo luogo per un momento di raccoglimento nel ricordo di quanti in quel giorno furono vittime di una furia omicida che a distanza di 60anni rimane ancora anonima.

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94 pensieri riguardo “1944 – 2008: 64 anni dall’eccidio di Pramosio”

  1. La furia omicida che colpì i malghesi di Pramosio e precedentemente a Lanza e Cordin, poi Paluzza, non è assolutamente anonima, ma è stata compiuta da reparti di SS miste( tedeschi, croati, italiani) con la complicità di repubblichini locali che facevano da guida tra i monti.
    Le molte testimonianze sia locali che austriache hanno permesso di ricostruire i fatti e sopratutto il percorso che questa banda ha fatto tra le malghe, per poi ricongiungersi con le ss provvenienti da Tolmezzo il 22/07/44.
    Continuare a dire che i responsabili sono ancora anonimi è una menzogna.

    Ariis Dino

  2. invece a me non pare che sia una menzogna… I nomi e i cognomi non ci sono ancora…
    E poi lei ha dato una lettura di questo fatto storico che è parziale: lei vede solo una parte…

  3. Capisco bene la “sua parte” che cerca, nonostante tutto di addossare la colpa ai partigiani.
    La balla più clamorosa che gira tra le valli di Paluzza è che i partigiani hanno ucciso dei pastori nella malgha di wurmlach.
    A Koetschac e a Mauthen non esiste memoria di un fatto simile, nemmeno all’anagrafe del comune di Mauthen risultano morti nel periodo che viene indicato dai vari falsificatori della storia. Inoltre i verbali della gendarmeria dell’epoca non citano nulla del genere, mentre ammettono che le guardie di frontiera il 9 luglio hanno ammazzato un partigiano al passo.
    Questo per precisare i fatti, poi ogniuno può raccontare quello che vuole, anche che i nazifascisti erano i liberatori e che Auschwitz era un Hotel a cinque stelle.

  4. Trovo molto interessante la discussione sui fatti di Pramosio.

    Sicuramente, non siamo in grado di fare nomi e cognomi sugli autori di quella che è stata un’azione di controbanda e non una rappresaglia (distinzione sottile ma importante) e che, per motivi oscuri, a malga Pramosio, è sfociata nel crimine.
    È però possibile ipotizzare a quale reparto appartenessero quei militari: da elementi in mio possesso dovrebbe trattarsi esclusivamente di Karstjeger (tedeschi, alto-atesini, italiani, slavi) ai quali si sono aggregati alcuni elementi locali della RSI facenti da guida.
    Rimane un interrogativo: dov’erano in quei giorni i partigiani?

    Riguardo alle uccisioni di pastori compiute da partigiani non sarei tanto sicuro nel negare il fatto, anche perchè ci furono “banditi che razziavano bestiame” comunemente etichettati come partigiani. Bisognerebbe che la Resistenza facesse chiarezza su quei personaggi, anche per onorare la memoria di chi ha pagato con la vita.

    Notaio Pietro Plembil
    Udine

  5. I nomi dei morti i terra carnica ci sono, si conoscono e si conosce dove sosno stati sepolti, mentre per i “Presunti” morti austriaci, uccisi dai partigiani, in tutta la valle del Gail non se ne conosce l’identità, non esiste una tomba dove sono sepolti, nella valle del Gail nelle anagrafi comunali non risultano morti ammazzati nei giorni indicati dai vari storici un po’ revisionisti. Dire che i partigiani hanno ucciso in terra austriaca è dire nulla, se ciò fosse avvenuto nei vari luoghi citati come luoghi di eccidi, ci sarebbe una memoria collettiva locale, ma questa non esiste, non esiste nemmeno a livello documentale e istituzionale. Insistere su questa vicenda senza d fornire elemeti anagrafici dei morti significa alimentare odio nei confronti della resistenza.Per ciò che riguarda “il furto di cavalli” se ne conosce bene il nome dell’autore e dove è avvenuto( presto sarà pubblicato un libro e un dvd sulla ricerca, e il nome dell’autore sarà una sopresa per i detrattori della resistenza),
    ma di morti austriaci nemmeno l’ombra.Ci sono anche i nomi dei fascisti che accompagnavano i Nazi( presto anche questo sarà reso noto), ma di morti austriaci nessuno sa nulla.L’unico morto attribuito alla resstenza è un doganiere austriaco, ucciso però il 26 luglio, dopo quasi una settimana.
    A Rattendorf il 20 luglio2009 ( il 20 luglio del 44 il btg Gramsci era a Rattendorf alla ricerca della controbanda) è stata apposta una targa in ricordo dei partigiani Bellina e “Volga” da parte di austriaci, con la presenza della popolazione di Rattendorf e della televisione austriaca, un po’ strano nei confronti dei banditi che razziavano e uccidevano la popolazione.
    Se il notaio è in possesso di notizie più precise, sarabbe il caso che lui stesso facesse chiarezza, se no ha notizie precise, attenda la conclusione della nostra ricerca per buona pace della memoria di chi ha pagato con la vita…… un furto di cavalli e basta. Ma la vicenda molto più complessa della sempice attribuzione di resposabilità a elementi della resistenza e il furto di cavalli non centra proprio nulla.

    Ariis Dino

  6. Arrigo Forniti («Mosca») [postumo], Ho incontrato l’SS che mi aveva fucilato; memorie del partigiano «Mosca», Udine, Grafiche Missio, aprile 1985

    [riportate le dichiarazioni di Alessandro M., che aveva appartenuto a un reparto antiguerriglia tedesco]

    “Quero, paese del Feltrino da cui provengo, in quei tempi era stato annesso al terzo Reich, con tutta la provincia di Belluno; io ero soggetto agli obblighi militari, per cui mi trovai arruolato nell’esercito tedesco; in Germania ebbi una accurata preparazione militare perfezionata poi a Villach; nel 1944 facevo già parte di una speciale brigata di cacciatori di montagna (…) eravamo particolarmente addestrati alla controguerriglia. (…)

    La mia compagnia era sempre sotto: in Febbraio a Caporetto, in Marzo in Bainsizza e valli del Natisone, in Aprile in Carnia e Resia, poi ancora nell’estate a Timau, Paluzza, Tolmezzo, Villasantina, Sauris … ci caricavano sui camion, dopo una buona preparazione topografica armati alla leggera, con ottimi comandanti; le guide provenivano quasi sempre da collaboratori indigeni; facevamo ampie scorribande nelle zone delle malghe e dei paesi d’alta montagna; a volte eravamo vestiti in civile oppure mettevamo sulle nostre divise i fazzoletti partigiani, rossi o verdi a seconda delle zone; eravamo veramente bravi e molto astuti; infatti ci è andata quasi sempre bene”.

    A proposito di “anche per onorare la memoria di chi ha pagato con la vita”.
    Questi nessuno li ha mai cercati e hanno vissuto tranquillamente senza dover rispondere dei loro misfatti.

  7. In furlania le donne carniche andavano a recuperare i viveri, solo che questi viveri erano distribuiti dai partigiani della bassa che portavano a ridosso della pedemontana la farina, una organizzazione molto capillare, solo così le donne carniche potevano portare la farina in Carnia.
    Sulla questione della spia, dagli atti dei processi che si sono succeduti, sono state riportate le testimonianze di persone che hanno visto bruciare la loro casa dalle ss, perchè la”presunta spia” le aveva indicate come case di presunti partigiani, cosa che non era vera, erano le case di gente del paese, forse poco simpatiche alla “presunta spia”. Magari è vero che di delinquenti ce n’erano da ambo le parti, ma la guerra l’hanno voluta i fasciti che si sono alleati con i nazisti, hanno prtato distruzione e odio in mezzo mondo è la loro ideologia che ha crato tanti mostri.
    I partigiani avranno rubato fagioli, formaggio qualche pecora, ma i nazisti e i fascisti hanno rubato le vite di molta gente carnica, hanno deportato molti carnici nei campi di sterminio, molti militari che l’8 settembre si sono trovati in giro per i fronti, sono stati deportati in Germania come schiavi, molti i carnici ci hanno lasciato le penne, alcuni sono tornati per raccontare le loro tragedia, e questo è cominciato molto prima che ci fossero i partigiani.
    Forse un kilo di fagioli e qualche pezza di formaggio non sono paragonabili alle sofferenze di questi altri carnici.
    Ma a qualcuno in Carnia delle sofferenze degli altri poco ne importa, l’unico comandamento è pensare ai fatti propri.
    La miseria in carnia è cominciata molto prima che si formassero le bande partigiane( quasi tutti ex militari tornati dai fronti di guerra), col fascismo si è aggravata, perchè il fascismo ha impedito alla gran parte degli emigranti di andare all’estero. La miseria era già presente in Carnia, dire che è colpa dei partigiani è un modo di giustificare il fascismo. Poi ci sono stati molti furbetti che si presentavano nei negozi, nelle malghe e nelle famiglie a requisire alimentari, bestiame ecc…, lo facevano a nome dei partigiani, ma erano persone dedite al mercato nero, in alcune occasioni, scoperti sono stati fucilati dagli stessi partigiani. Anche tra gli osovani c’era qualche furbetto.

    Trovo stupido ragionare con il sentito dire e con le generalizzazioni, sfido chiunque a dire che ad esempio Aulo Magrini, comandante della garibaldi, o Gino Beltrame commisario politico per il PCI nella giunta di governo della Repubblica di Ampezzo, erano delinquenti.

    Poi ognuno la può pensare come vuole.

    Ariis Dino

    Ariis Dino

  8. Mi pare di aver espresso solo le mie opinioni, dopo il suo ultimo scritto l’intollerante è lei, tipico attegiamento delle destre un po’ fascisteggianti, non accettare le opinioni degli altri.
    Cir di imprà le storie e dopo tabae.

  9. “La superficialità è il vizio supremo” (Oscar Wilde)

    Vorrei solo invitare a leggere la poesia di Leonardo Zanier “An robàt, an copàt”, dove alle dicerie di chi non sa difendere l’unica guerra giusta combattuta dagli Italiani (la Resistenza al nazifascismo), il poeta di Maranzanis contrappone un elenco di nomi, nomi di persone del paese, di Comeglians e Povolaro, ai quali noi di Cleulis potremmo aggiungere Carlo o Meassa. Non Tedeschi, non Cosacchi. Giovani dei nostri paesi, la nostra meglio gioventù, che scelse di non stare a guardare mentre la nostra terra era invasa, calpestata e tradita da stranieri e anche da molti Italiani.
    E’ triste pensare che chi ha combattuto per la libertà sia oggi equiparato a un criminale, che la Carnia non sia nemmeno orgogliosa dell’unica lotta di cui dovrebbe andare fiera (l’unica combattuta per la nostra terra, non per obbedire e andare a morire agli ordini di una dittatura violenta e ridicola in Albania, Grecia, Russia).
    E lo dice il pronipote di quella donna trucidata.
    Mandi

  10. 1915: l’Italia aggredì l’Austria tradendo un patto
    1936: infame aggressione alla Spagna repubblicana e conquista dell’Etiopia con l’uso di gas (quelle che oggi si chiamano armi chimiche)
    1940: l’Italia aggredì Francia, Grecia, Egitto, Yugoslavia, Russia e mandò a morire migliaia di giovani

    “Ma in questi cento anni di storia italiana c’è stata una guerra “giusta” (se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa delle altre patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana. Da un lato c’erano civili, dall’altro dei militari. Da un lato soldati che aevano obbedito, dal’altra soldati ce avevano obiettato. (…)
    Poi per grazia di Dio la nostra patria perse l’ingiusta guerra che aveva scatenato. Le patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a cacciare i nostri soldati. Certo dobbiamo rispettarli. Erano infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall’obbedienza militare. Non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, la verità e l’errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima. Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si sono sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.” (don Lorenzo Milani)

  11. La maggior parte dei partigiani carnici erano reduci dai fronti di guerra, altro che imboscati, gente che tornava dalla Grecia, dall’Albania, dalla Yugoslavia e qualcuno anche dalla Russia.
    Questi soldati, non esistendo più un esercito italiano, hanno a loro volta organizzato un esercito di liberazione che fu riconosciuto dagli alleati come esercito di liberazioe in territorio occupato. Molti altri militari italiani sono stati arruolati direttamente dagli alleati e sono risaliti lungo lo stivale unitamente alla truppe alleate, altro che obiettori o traditori.
    Porzùs con la Cania non centra proprio niente ed è un argomento spesso utilizzato quando non si sa cosa dire contro la resistenza, è un episodio tragico che è encora indagato dagli storici e che ancora fornisce sempre novità storiche chiarificatrici, molto strumentalizzato però dalle destre filifasciste e usato come arma politica contro i valori della resistenza.

  12. Mi sembra doverosa una precisazione prima di chiudere l’argomento. Il mio intento era quello di chiarire una volta per tutte che la guerra non permette a nessuno di restare “candido”. Gli uomini sono esseri finiti, mortali e dunque fallibili. Sia da una parte che dall’altra ci sono state le mele marce, i criminali che hanno compiuto efferati eccidi in nome di una ideologia. Nessuno è innocente. L’Italia si trovò sull’orlo di una vera e propria guerra civile, non ci possono essere innocenti, Dio in quel momento non era con nessuno. Non riesco a capire, proprio mi sfugge, perchè ogni volta che si tocca “una parte”, semplicemente affermando la lampante verità che i criminali erano sia a destra che a sinistra, si scateni l’inferno. Mah! Lo sanno tutti che è così ma questi tutti ti consigliano anche di “lassâ stâ”, perchè “no si pos dî” (a dimostrazione del fatto che c’è tanta, ma tanta gente che la pensa come me).
    Penso che le ideologie se portate all’estremo in fondo, in fondo, finiscano con l’assomigliarsi e portino ai medesimi eccessi.
    Comunque sia le ferite sono ancora molto profonde e sentite nella società italiana (basti pensare alle polemiche sollevate dai libri di Pansa) e temo che, solo tra molti decenni (forse) sarà possibile una pacificazione, di sicuro ora è ancora troppo presto.
    Mandi a ducj

  13. Troppo comodo, Pansa è stato un esponente del PCI e solo ora ha scritto quello che ha scritto, non lo ha fatto quando essere del PCI forse gli faceva comodo per la sua carriera di giornalista. Dopo venti anni di dittatura feroce( le violenze fasciste sono cominciate negli anni 20 scatenandosi contro la povera gente che chiedeva ad esempio la giornata lavorativa di 8 ore o che, come in Carnia, si organizzava in cooperative per sfuggire alla miseria e alla grinfie degli usurai), dopo anni di guerra voluta dal nazifascismo per mezzo mondo, con la benedizione della monarchia e delle classi borghesi che con la guerra si sono arricchite, con le popolazioni che ancora gridano vendetta ,basti passare l’ex confine con la Slovenia per incontrare i monumenti alle vittime civili dell’esercito italiano e scendendo in Croazia, Montenegro, Albania, Grecia, ci sono ancora sopravissuti civili alle stragi di popolazione inerme, effetuati prima che nascessero le bande patigiane, le stragi in Libia occultate dalla istituzioni taliana per salvaguardare l’onorabilità dei vertici militari, solo il Berlusconi ha chiesto scusa per le tragedie commesse dai fascisti e dai militari italiani, in Abissinia dove è stato usato il gas nervino contro popolazione inerme per sterminarla già nel 36 ecc..
    Questa è la madre dei “mostri” che poi sono apparsi nella storia. Tutti gli eccessi del periodo in questione nascono da questa tragedia . La guerra non l’hanno scatenata i partigiani ma il nazi-fascismo.
    La pacificazione credo non potrà mai avvenire finchè vivrà l’ideologia nazifascista che ancora oggi opera per produrre odio, divisioni e inni alla guerra.

  14. Rispondo al sig. Dino Ariis.

    – È accertato che vi furono almeno due razzie di cavalli nel territorio del Reich, ambedue compiute nella prima decade di luglio: una a Rattendorf ed una sul monte Zollner.
    Non credo che sarà una rivelazione il nome degli autori di tali furti, partigiani a pieno titolo, poichè sono questi noti agli storici e sono citati anche nei diari della Resistenza.
    – I morti per mano partigiana nel territorio del Reich, accertati dalla documentazione austriaca, son tre; se vi furono degli altri non si sa, anche perchè c’è molta reticenza in Austria.
    – I partigiani di Paularo, che avrebbero potuto inseguire la controbanda mentre si portava a Pramosio, si portarono nella malga di Rattendorf, sequestrarono due doganieri, caricarono di burro e formaggi le donne e rientrarono in Italia. I partigiani non avevano nessun motivo di “salvare la vita ai pastori” come dice Lackner” e gli austriaci nessun motivo di mettere una targa ricordo.
    – Trovo il Suo linguaggio molto polemico e poco adatto a chi si prefigge pubblicazioni serie e documentate.
    Lo storico è sempre un revisionista, poichè deve attenersi solamente ai fatti e non lasciarsi influenzare dalle sue convinzioni personali.
    La Verità è una sola, e se lo storico è venuto a conoscenza di nuove prove, il suo giudizio sugli avvenimenti può essere modificato.
    Mi piacerebbe dialogare con persone serie e preparate, che lavorino solamente su documentazione scritta o testimonianze controllate e confrontate e non si lascino coinvolgere dalle emozioni.

    Notaio Pietro Plembil
    Udine

  15. rispondo al Dott. Plembil

    La razzia più imponente di cui si parla non è avvenuta a Rattendorf, dove non venivano allevati cavalli ma in altra località.
    I morti per mano partigiano sono tre, e sono stati uccisi il 26 luglio e sucessivamente , le cronache li indicano chiaramente, però erano guardie di frontiera, anche se anziane, armate, non erano pastorelli intenti nel proprio lavoro.
    Il fatto che vi sia reticenza in Austria, non vuol dire che vi siano stati altri morti come fonti storiche o pseudotali vogliono far passare. Lackner è il nipote di uno degli allora gestori della della malga di Rattendorf( per maggiori infomazioni le malghe allora erano condotte da più gestori), presente ai fatti e dubito che possa raccontare fandonie, esiste un altro testimone dei fatti di Rattendorf che conferma la versione di Lackner, cioè che i familiari siano stati costretti a salire fino al passo di Val Dolce con il formaggio e poi rilasciati, lo stesso è avvenuto per i doganieri rilasciati dopo essere stati interrogati a Paularo e in altra località. Lackner ha apposto la targa in memoria di Bellina e Volga( nella piccola cappella sopra la malga) per il semplice fatto che i partigiani non hanno riservato ai malghesi di Rattendorf la stessa sorte che invece era stata riservata ai malghesi di Lanza da parte della controbanda nazifascista.
    Se il mio liguaggio è da ritenersi per lei polemico me ne dispiace, non sono un notaio e svolgo un altro tipo di lavoro molto diverso da suo, ma nonstante ciò continuo nel mio intento di ricerca di ricostruzione dei fatti al di la degli apprezzamenti degli storici o dalle persone sussiegose, saranno gli esiti consentire un giudizio sul rigore della ricerca.
    Io ho semplicemente partecipato alla discussione sul blog, uno strumento di democrazia che consente a chiunque di esprimere le proprie opinioni e convinzioni, uno strumento molto diverso dai salotti culturali dove l’accesso è riservato a chi possiede un “pedigree” sociale o professionale. Anche se non era mia intenzione dialogare con la “Signoria Vostra”, non capisco come si possa dedurre dal mio post che sia io sia privo di documentazione e di testimonianze sugli eventi , controllate e confrontate, usando lo stesso metro potrei dire la stessa cosa per quanto concerne le affermazioni della S.V., per questa ragione, pur dispiacendomi( ma non troppo) di aver suscitato nella SV un qualche risentimento, le porgo i miei più distinti saluti e che ognuno possa conservare le proprie convinzioni e sopratutto possa esprimerle liberamente.

    operaio generico e all’occasione manovale
    Ariis Dino

  16. Rispondo a Dino Ariis.
    Innanzitutto chiedo scusa se le mie parole possono averla offeso; non era mia intenzione polemizzare, ma solamente fare un serio confronto. Come ha intuito, il mio è uno pseudonimo, data la delicatezza dell’argomento.

    Venendo al tema delle asportazioni di bestiame, vorrei precisarle quanto segue:
    – sopra malga Rattendorf si trovavno a pascolare dei pregiati cavalli di razza austriaci. Il 10 luglio ’44, i partigiani garibaldini prelevarono 22 di questi cavalli e li portarono oltre confine. E’ documentato da numerosissime fonti, compreso la testimonianza scritta di Heinrich Lackner.
    – Il 12 luglio ’44, i partigiani osovani prelevarono alla Zollner alm 29 pregiati cavalli di razza austriaci e anche questi furono portati oltre confine. Pure questo fatto è documentato. Va ricordato che il prezzo di un cavallo si aggirava a quei tempi, incredibile ma vero, tra le 30.000 e le 45.000 Lire. E’ documentato.
    – Il 25 agosto ’44 furono prelevate dai garibaldini 70 mucche alla malga Waidegg, che, per amissione degli stessi, “furono distribuite alla popolazione”; mancano riscontri su quest’ultima affermazione.
    – Il 22 settembre ’44 i partigiani garibaldini prelevarono dalla malga Tischintemunt 7 mucche ed anche queste “furono divise tra partigiani e popolazione”.
    – Nella Val Pontebbana, partigiani o pseudo-partigiani, nei mesi di agosto e settembre ’44 depredarono a dei singoli proprietari una trentina di mucche, che poi furono rivendute. E’ documentato.
    – Abbiamo notizia di altre numerose razzie, di cavalli, mucche ed altri animali, abbiamo, purtoppo, solo testimonianze orali. Voglio ricordare solo il pecoraio di malga Cucco, in territorio di Arta Terme, il quale custodiva un gregge di quasdi 200 pecore per conto della famiglia Marzotto: dapprima gli portarono via le pecore e poi lo uccisero sui monti sopra Illegio.
    – Oltre a queste, non mi risulta che sulle Alpi Carniche e nella Valle del But i partigiani locali abbiano compiuto altre “azioni” contro i tedeschi; vi furono solo sconfinamenti nel territorio del Raich. L’attaccodi ponte Noiaris, come Lei ben sa, fu compiuto dai garibaldini della Val Pesarina.
    – Concordo che i morti accertati per mano dei partigiani sono stai tre, uno era un civile e gli altri due erano doganieri.
    – I due doganieri catturati a Rattendorf furono portati in Val Pesarina e lì tenuti prigionieri; furono liberati dai tedeschi nell’ottobre ’44.

    Non creda che io sia contro il movimento partigiano, tutt’altro, però bisogna pur dire come sono andate certe cose.

    La saluto
    PP

  17. Mi permetto di intervenire nell’interessante dibattito aperto a proposito dei fatti di Pramosio e, in generale, a questo punto, delle vicende della guerra in Carnia. Un plauso, quindi ai curatori del blog che hanno avviato la discussione e – forse a malincuore – hanno visto dilatarsi il dibattito, segno comunque che l’argomento ancora coinvolge. Ho collaborato e collaboro alle ricerche di Dino Ariis e ne apprezzo quindi da tempo la ruvida tenacia; credo comunque che da un confronto pacato e, soprattutto, dall’incrocio delle testimonianze e delle fonti si possano ottenere risultati significativi. “Pietro Plembil” porta un interessante contributo cronologico ma, forse, non contribuisce alla soluzione del problema di fondo, quello da cui è nata tutta la discussione anche sul blog: cosa ha scatenato la violenza di Pramosio e dintorni? Elencare una serie di furti di cavalli e bestiame rischia da un lato di ridurre solo a questo il senso della Resistenza carnica e, dall’altra, dimostra che, indipendentemente dalla controbanda, essi si sono verificati prima e dopo i fatti del luglio 1944. E allora, perché la violenza sui pastori, lo stupro delle donne del Moscardo, la mattanza lungo la Val del But? Quale è stata la causa scatenante? In base a cosa “Pietro Plembil” la definisce “un’azione di controbanda e non una rappresaglia (distinzione sottile ma importante)”?
    Forse sono queste le tematiche che attendono ancora un chiarimento, a tanti anni di distanza. E’ importante comunque andare avanti con la ricerca, la discussione e il confronto.

    Pieri Stefanutti

  18. Egregio Notaio Plembil
    era ituibile che il suo era uno pseudonimo, infatti il moderatore di questo blog ha censurato una mia precedente affermazione in tal senso, il suo nuovo intervento è comunque benvenuto.
    Le sue notizie riguardo alle razzie sono esatte, c’è solo un particolare, l’attribuzione del furto di cavalli, nei pressi della malga di Rattendorf e più in generale alle varie razzie di bestiame, ai partigiani garibaldini è un po’ azzardata, noi abbiamo altre informazioni in merito ed è per questo che l’ho preannunciata come una novità. Lackner non ha mai detto che sono stati i partigiani garibaldini a rubare i cavalli in zona, ma che sono stati rubati dei cavalli.Inoltre furti e razzie avvenivano spesso anche in direzione inversa. Tutto il resto da lei elencato è conforme alle mie informazioni, ma mi sento di poter dire che le stragi compiute dalle bande nazifasciste( c’era la presenza anche di fascisti del luogo i nomi di alcuni di essi li conosciamo, oltre alla presenza di nazisti italiani), siano state una conseguenza dei furto di cavalli è da ritenersi una cosa non coerente con i dati in nostro possesso. Alcune tesi affermano inoltre che le stragi siano conseguenza di eccidi di civili operati da partigiani garibaldini in terra austriaca, come anche lei conferma, i morti per mano partigiana sono avvenuti dopo il 21 luglio, ciè il 26 luglio e sucessivamente, quindi la casua dei morti italiani non può essere attribuita ad eventi accaduti dopo le stragi nelle varie malghe. Tra le cose che lei ha detto precedentemente una è significativa della sua( me lo consenta)”partigianeria” cioè la domanda retorica ” dove erano i partigiani quando le bande operavano tra le malghe” quasi a dire che i partigiani erano codardi. I partigiani seguivano per quello che potevano le mosse delle bande, ma queste bande erano in grado di muoversi agevolmente tra la malghe, perchè guidate da fascisti esperiti dei luoghi, e passare il confine per evitare di essere intercettati. come potrà leggere dalla dichiarazione del fascista di cui sopra, che afferma di aver partecipato anche alle azioni delle maghe di Paluzza, Timau ecc…, erano dotati di buone informazioni topografiche oltre ad essere addestrati adeguatamente per quel tipo di attività, avevano operato già in Yugoslavia, da dove presumibilmente provvenivano,. I partigiani, a parte pochi, erano piuttosto inporvvisati come guerriglieri.Nonostante cioè l’attività di ricerca per affrontarli è stata significativa, l’azione di Rattendorf è avvenuta proprio con questo intento ed è poi proseguita fino ad oltre confine, ma sempre con esiti nulli, a parte in una occasione che riporteremo nelle nostre speriamo prossime pubblicazioni. Per stessa ammissione di testimoni dell’epoca, i partigiani della valle del But erano disorganizzati e divisi, l’azione di Noiaris è stata compiuta da formazioni provvenienti dalla val Degano, dove esisteva una maggiore organizzazione della resistenza.
    Anche noi abbiamo raccolto testimonianze orali, basate però sul sentito dire, e poco influenti per le ricostruzioni, le dichiarazioni devono essere sottoscritte anche per conoscere l’identità del testimone e valutare la sua attendibilità. Senza questi requisiti, le testimonianze possono rappresentare delle manipolazioni moto semplici da effetuare. C’è una cosa che lei omette, cioè lo stato di guerra e occupazione, non c’era una situazione idilliaca e i “banditi” per sopravvivere spesso erano costretti a rubacchiare, ma con una sostanziale differenza nei confronti dei nazifascisti, questi avevano scelto di non combattere per il Raich e la repubblica di Salò e tentavano di sopravvivere e in qualche maniera di opporsi, mentre i crimini, gli eccidi, gli stupri, le devastazioni, le deportazioni il disprezzo contro la popolazione, l’idea di assoggetare il mondo era qualcosa di molto più grave. Anch’io le rivolgo una domanda retorica : ” dov’erano i fascisti italiani difensori dell’italianità quando Reiner ha annesso il Friuli al III Reich e dov’erano quando ci sono stati gli eccidi a tra le maghe e poi a Paluzza, dov’erano quando sono entrati i cosacchi a Paluzza devastando, rubando violentando le donne, ecc…?”.
    Comunque bentornato.

  19. Rispondo a Pieri Stefanutti

    Premetto, come ho già precisato, che non nutro alcuna simpatia o nostalgia sul nazi-fascismo.
    Riguardo ai fatti accaduti nel luglio ’44 nella Valle del But, vorrei esporle il mio pensiero.
    Come lei sa, a seguito dell’armistizio con gli alleati, nel 1943, l’Italia settentrionale venne occupata dai tedeschi, i quali favorirono la nascita di un governo collaborazionista. E’ accaduto in Francia e negli altri paesi occupati; accade oggi in Iraq e in Afganistan. Ora, un esercito occupante ha la facoltà, sancito dalle leggi internazionali, di provvedere al funzionamento delle Istituzioni sino a quando sul campo le armi metteranno fine alla contesa.
    Nel 1917 ci fu l’occupazione da parte dell’esercito austro-ungarico, ma non ci fu nessun moto insurrezionale, anche perché tutti gli uomini erano al fronte. Nel 1943, invece, con la dissoluzione delle nostre Forze Armate, i soldati si trovarono allo sbando e una buona parte di essi si diedero alla macchia: nacque così la Resistenza armata. In tutti i punti del mondo, a seconda da quale parte la si guardi, i resistenti sono chiamati ribelli o patrioti. La vittoria delle armi ne dà la giusta denominazione, a meno che non si voglia dividere il mondo in buoni e cattivi.
    Tornando a noi, la popolazione dei territori occupati è stata dai tedeschi, a torto o a ragione, ritenuta responsabile degli atti insurrezionali contro di essi, nonostante Parroci e Podestà cercassero in ogni modo di dimostrare la assoluta estraneità della stragrande maggioranza di queste popolazioni. E’ ampiamente documentato.
    Nell’estate ’44 i tedeschi erano attaccati nella Valle del But e, con le asportazioni di animali, minacciati sin dentro il loro Paese (l’Austria faceva parte del Reich). Essi ritennero che le malghe fungessero da base per tali azioni oltre confine ed inoltre fornissero il vitto ai partigiani. E qui si dovrebbe aprire il capitolo delle contribuzioni forzate che i malgari dovevano fare a partigiani di ogni genere.
    Dunque, verso la prima decade di luglio (dunque prima dell’attacco di Noiaris), fu decisa un’azione di controbanda volta alla caccia di partigiani e fiancheggiatori; i malgari rientravano in quest’ultima categoria. Va detto che a non tutti i malgari fu riservata quella triste fine, come non tutti i prigionieri catturati nei giorni 21-22 luglio furono uccisi. Rimane la carneficina su donne e ragazzi e qui si potrebbe avanzare l’ipotesi della presenza di persone conosciute nella controbanda che non vollero lasciare testimoni.
    Questa azione di controbanda, iniziata sui monti di Paularo, fu completata il 22 luglio lungo la strada Paluzza-Tolmezzo.
    La spiegazione dei fatti di quei giorni è, a mio modesto parere, questa; atroce e terribile ma questa.

    La saluto
    PP

    Rispondo a Dino Ariis

    I partigiani dei prelevamenti di Rattendorf del 10 luglio ’44 erano garibaldini, come affermato dalle loro stesse fonti (Diario storico Garibaldi pag.23 e documenti ANPI); lo stesso per quelli del 25 agosto (Diario pag.38 che però li data al 18 settembre) e del 22 settembre (Diario pag.39 datati al 21 settembre).
    I prelevamenti della Val Pontebbana, compiuti da garibaldini ed osovani del Btg. Val Fella, divenuto Val But, come risulta dal rapporto del comandante osovano Barba sotto il titolo “Azioni deleterie di partigiani”.

    sui nomi dei fascisti del luogo nella controbanda andrei cauto, a meno di non avere prove certe (documenti o testimonianze attendibili e firmate). Lo stesso vale per la presenza di SS italiane con nome e cognome.

    accetto la “partigianeria”, anche se involontaria, ma le sue spiegazioni sono poco convincenti. Un capo partigiano, per sua stessa ammissione, si trovava il 22 luglio al Ponte di Sutrio e assisteva “impotente” all’uccisione degli ostaggi. Siamo lontani dagli “Eroi” del nostro Risorgimento.

    Sicuramente non tutti, ma molti mangiavano abbondantemente ed in totale disprezzo della popolazione affamata. Non “rubacchiavano” solo qualche pecora.

    Purtroppo, i “difensori dell’italianità” combattevano assieme ai tedeschi.

    La saluto e non me ne voglia

    PP

  20. Rileggerò a seguito del suo consiglio il diario della garibaldi, magari ha anche ragione Lei.
    Per quanto riguarda i nomi dei fascisti la sua preoccupazione è particolarmente forte, forse sa qualche nome più di noi? Per le SS italiane esiste una pubblicazione dell’85 riportata sopra a questi post, in cui l’SS italiana nativo di Quero in prov. di Belluno ammette di aver partecipato alle azioni delle malghe Timau e poi a Paluzza, magari dovrebbe rivolgere l’invito alla cautela alla casa editrice del volume. Nessuno ha mai detto che i partigiani erano eroi risorgimentali, ma tra chi si faceva gli affari propri( tipo i commercianti dediti al mercato nero che si arricchivano forse anche acquistando i cavalli rubati per niente per poi rivenderli a peso d’oro), chi combatteva a fianco del nazismo e chi perlomeno tentò una opposizione al nazifascismo, la distanza è notevole. Certamente c’erano quelli hanno vissuto la loro esperienza partigiana al riparo di rischi scaricando le proprie responsabilità su altri, ma molti altri ancora hanno vissuto e sofferto al pari della popolazione la miseria, la fame in più imolando la loro vita per l’idea di un’italia libera dal nazifascismo.
    Quel “purtroppo” alla fine della sua replica è molto significativo della sua scelta di campo, cosa della quale non ho mai dubitato fin dal suo primo intervento, nonostante i suoi fini richiami al non coinvolgimento emotivo nella trattazione dei fatti storici.
    La saluto anch’io e si conservi bene.

  21. Riporto quanto appare sul diario della Garibaldi:

    8 Luglio vallata della Gaila-Austria

    Una pattuglia del btg Cania rientra in zona portando 22 cavalli prelevati in una malga austriaca.

    Questa è la nota del diario, non vedo scritto Rattendorf da nessuna parte, la valle del Gail è molto lunga, inizia da Mauthen e scende fino ad Hermagor e oltre.

    Azione del 18 settembre.

    val della Gaila

    Pattuglie del btg Gramsci, in eplorazione in territorio austriaco, invitate a prendere collegamento con i patrioti austriaci, al ritorno, dato che i tedeschi avevano in precedenza rubato bestiame bovino alla Cania, sequestrano 70 mucche che poi vennero distibuite alla popolazione civile ache aveva in precedenza subito il furto.

    Anche in questo caso non è citata alcuna località.
    Mi apre evidente che i furti o i “prelevamenti” avvenivano da ambo le parti con una certa frequenza.

    A pag. 39 non si trova alcun riferimento a “sequestri di bestiame.

    Scorrendo il diario si ha la netta sensazione che in quel momento in Carnia, come nel resto del mondo, si combattesse una guerra,il diario narra anche azioni di combattimento e sabotagio, accadute in molte località anche dell’alto But. Sostenere che i partigiani erano dediti soltanto ai furti di bestime è perlomeno antistorico.

  22. Rispondo a Quagliaro

    – dal “Diario” pag. 39. 21 settembre, passo di Monte Croce: una pattuglia del Gramsci…. rientra portando seco sette buoi…

    – le località dove sono avvenuti i prelevamenti sono stati individuate dai rapporti della gendarmeria austriaca e dalle numerose testimonianze in territorio austriaco.

    – sulla “distribuzione alla popolazione civile”, Le sarei grato se ci potesse far avere dei riscontri probatori che non siano solamente il “Diario”, poichè da nessun documento risulta tale distribuzione. Questo solamente per un’esatta ricostruzione storica.
    Il “Diario” della Garibaldi va letto e interpretato, anche perchè è stato stampato “a cura dell’Ufficio Stampa e Propaganda”.

    – che i tedeschi abbiano rubato mucche, è un po’ azzardato. C’è stata, è vero, la sparizione di bestiame dalle malghe di Lanza e Cordin dopo le uccisioni dei pastori, però mancano indicazioni sulla fine fatta dagli animali, se furono portati oltre confine e ad opera di chi.
    Immaginare le SS che conducono vacche oltre confine mi sembra un po’ difficile. Bisognerebbe chiedere a Paularo…

    – che “i partigiani erano dediti soltanto ai furti di bestiame” lo ha detto Lei…

    La salutto
    PP

  23. Proviamo a stendere un elenco, necessariamente incompleto, in rigoroso elenco alfabetico: Angeli, Ariis, Carnier, Carpenedo, Conedera, Del Bon, Di Giusto, Lupieri, Mansi, Plozner, Screm, Stefanutti…. Aggiungiamo poi il “notaio Plembil” che probabilmente, però, è lo pseudonimo di una delle persone citate.

    Cos’hanno in comune? Tutte si sono occupate e si occupano, pur con modalità e metodi differenti, di contribuire alla ricostruzione di quello che è successo in Carnia durante la seconda guerra mondiale. Sono persone diverse, che spesso non si conoscono fra loro, che “no son nancja ducj cjargnei”, ma che dedicano tempo e fatica a un lavoro di ricerca storica.

    Questa premessa serve per dire che sarebbe auspicabile – se non un coordinamento ed un lavoro comune, aspetto tecnicamente e psicologicamente improbo – quantomeno la “sottoscrizione di un documento di intenti” per operare lungo direttrici concordate. A più di sessant’anni da quelle vicende, infatti, credo vadano superati i preconcetti e l’operare per vedere solo confermate le tesi di partenza (“chei nemai di todescs” o “chei laris di partigjans”, sostanzialmente) per giungere a una pacata analisi del contesto e dello svolgersi dei fatti, unici elementi in grado di assicurare poi una corretta ricostruzione storica.

    Andiamo poi avanti, ognuno seguendo le proprie “piste”, ma nel rispetto reciproco delle rispettive onestà intellettuali.

    Sarebbe interessante dunque se queste riflessioni, grazie all’ospitalità del blog su cui si è aperta la discussione, potessero allargarsi e suscitare ulteriore confronto.

    Un saluto cordiale a tutti
    Pieri Stefanutti

  24. Lei è molto bravo ad interpretare a modo suo la documentazione, (quando fa comodo il diario della gribaldi è oro colato, quando non fa comodo è propagandistico), ma non esiste solo quella fortunatamente.

    Scommettiamo che il bestiame di cordin e lanza lo hanno rubato i partigiani, secondo le nuove teorie che nascono in quel di Paularo?

    A Paularo ci sono molti conoscitori delle vicende ma per sentito dire.
    Fortunatamente qualche testimone attendibile c’è ancora, in grado di confermare diverse ciscostanze.

    Manca una parte della nota relativa al 21 settembre
    ……… portando sette buoi che vengono divisi tra popolazione e partigiani.

    Cordiali saluti

  25. La proposta di Stefanutti mi pare interessante, a patto che sia una vera ricerca della verità e non solo un ribadire i crimini, peraltro da nessuno messi in discussione quando accertati, dei nazi-fascisti.
    Saluti a tutti
    PP

  26. Purtroppo, nell’espletare la ricerca, ci siamo imbattuti frequantemente in tentativi, da parte ovviamente di ambienti di destra e di certi personaggi locali, di attribuire ai partigiani ad esempio l’eccidio di cordin( a mio parere,anche mettere in discussione il furto di bestiame di cordin da parte nazi potrebbe rientrare in questa strategia). Esiste un notevole lavorio in quel di Paularo, che tende ad accreditare questa tesi, ad esempio quest’anno la ricorrenza dei morti delle malghe di Paularo, non è avvenuta, per il dsgusto dei parenti, proprio a causa di questi attegiamenti, mi si passi il termine ” revisionisti” della peggiore specie.
    Per questa ragione io sottoscritto sono molto poco disposto a condividere informazioni con chi è intento, solo a parole, ad una ricerca analitica dei fatti.
    Questo è lo spartiacque tra chi persegue fini di analisi storica e chi invece persegue altri fini magari editoriali in un momento storico dove è molto facile ribaltare le responsabilità. Una eventuale condivisione delle informazioni deve avvenire dopo un sincero incontro di intenti e sopratutto mostrando la propria faccia e assumendosi le responsabilità delle proprie affermazioni.
    Io mi chiamo Ariis Dino di Treppo Grande, non sono uno storico di professione e collaboro con Pieri Stefanutti di Alesso e non solo.

  27. rispondo al sig. Ariis.
    Mi spiace sia giunto a queste conclusioni, anche perchè non mi sembrava che quanto ho esposto fosse degno di un revisionista della peggior specie. Mi creda, di quanto ho esposto sin’ora nel blog, non v’è parola che non possa essere documentata.
    Riguardo ai fatti delle malghe di Paularo, penso che Lei sia molto distante dalla verità.
    Con questa mia ritengo aver esaurito il dialogo nel blog.
    Ringrazio tutti e arrivederci a tempi migliori.
    PP

  28. Seguo da un po’ di tempo l’interessante discussione. Se Ariis e Stefanutti si sono qualificati, non sarebbe il caso che anche Pietro Plembil rinunciasse al suo pseudonimo?

  29. Egregio Plembil( ormai conosco la sua identità)
    se lei è in grado di documentare le sue tesi, non vedo perchè io non dovrei essere altrettanto in grado di documentare le mie, ripeto che io mi chiamo Ariis Dino e sono di Treppo Grande,anzi nato a Raveo, la documentazione di cui sono in possesso ha pari dignità di quella da lei accreditata come assolutamente inconfutabile. , il fatto che lei non sappia che fine ha fatto il bestiame di Lanza e Cordin, non significa che non sia stato razziato dai nazi,io ad esempio so che fine ha fatto.
    Ho ho il vantaggio di passare dove è già passato lei per raccogliere le sue informazioni caro……. Plembil.Stia tranquillo, se la mia analisi è molto lontana dalla verità, sarà un problema mio, lei intanto è molto lontano dall’assunzione di responsabilità di quello che dice, perchè non ha il coraggio di manifestarsi.
    Il suo arrivederci non è sincero, come non è stata fino ad ora la sua imparzialità nelle valutazioni, lei si manifesterà con qualche altro pseudonimo.

  30. già, perchè Plembil non mostra la faccia. E, tra l’altro, lui conosce l’email di persone con le quali non si fa riconoscere. Ben strano, quasi da servizi segreti.

  31. E’ con notevole interesse che seguo il dibattito sorto sul blog riguardo all’eccidio di promosio e la relativa discussione sul ruolo dei partigiani durante questo periodo ma noto un interesse negli ultimi post rivolto a conoscere l’identità di chi si firma con lo pseudonimo di Plembil fuorviando così dall’argomento principale. Il “notaio Plembil” è già stato ripetutamente invitato a palesarsi penso ciò possa bastare ed invito a restare sull’argomento.

  32. egr. ivan

    se io voglio accreditare una mia tesi di qualsiasi natura, devo inevitabilmente dire chi sono. Se io pubblicamente dichiaro che ho conosciuto personalmente Adolf Hitler e che ho ricevuto da lui informazioni molto importanti per la ricostruzione storica, non posso manterere l’anonimato, fin tanto che si parla di beghe di paese la cosa può essere più o meno ammissibile, ma qui stiamo parlando di fatti importanti per capire sopratutto la realtà attuale. Se hai notato il vecchio Plembil ha un modo molto particolare di esporre i fatti, i furti dei garibaldini( tutti da dimostrare perchè dal diario menzionato e scritto postumo, dichiarano di aver rubato 22 cavalli ma non sanno dove e quando) li menziona con una certa enfasi, mentre quelli degli osovani li cita genericamente attribuendoli a generici partigiani. Già da qui si capisce l’intenzione malcelata dell’individuo che sta operando nella frenetica ricerca dei “crimini” dei partigiani, in particolare garibaldini.
    Ad esempio l’uccisione del pecoraio ad opera dei partigiani generici è una butade, perchè non circostanziata. Come si chiamava il pecoraio? dove è stato ucciso? Con questa pratica di ricostruzione, io potrei dire che i fascisti nella generica zona delle malghe carniche hanno ucciso 7000 civili, tra cui donne vecchi e bambini e potrei andare avanti così all’infinito. Quando si menzionano responsabilità di questo genere, bisogna avere il coraggio di dire chi si è, per poi assumersene le responsabilità. Se io dico che X ha ucciso, o rubato, o qualsiasi altra azione riprovevole o criminale, devo anche poter poi dire sono Y e ho le prove.
    Tutte le voci che circolano nella valle del But su queste questioni, sono state fatte circolare in questo modo, la più clamorosa è che i partigiani garibaldini hanno rubato dei cavalli nella zona della malga Wurmlach, uccidendo dei pastorelli e violentando una giovincella. Dai documenti della gendarmeria austriaca, alle dipendenze della Gestapo, risulta il furto di cavalli,il dannegiamento degli arredi della malga, ma quella del monte Zollner e null’altro( se avessero ucciso e violentato credo lo avrebbero scritto ed enfatizzato .Inoltre, dai diari dei partigiani citati da Plembil , non erano garibaldini ma osovani). Chi ha costruito su qulla vicenda la strage? Chi ha fatto circolare quella voce infondata e addossato le colpe ai garibaldini? Per questo è importante manifestare la propria identità, per poi assumere le proprie responsabilità.
    Forse per Ivan la questione non è importante, ma in una discussione storica diventa importantissima, per questioni di credibilità.
    La difesa dell’identità di Plembil è fuori luogo, non potendo accettare un confronto dialettico con un soggetto virtuale.

  33. Rispondo al sig. Dino Ariis.

    Sono rimasto molto amareggiato di come, pur non conoscendomi personalmente, mi ha trattato.
    Se ho usato e uso uno pseudonimo è per riservatezza ed anche per non dover necessariamente citare le fonti dalle quali ho attinto le notizie.
    Usare uno pseudonimo, cosa credo del tutto naturale, non significa raccontare bugie. Può significare invece raccontare fatti scomodi e la violenza del suo linguaggio lo sta a dimostrare.
    Vede sig. Ariis, per un ricercatore serio, in modo particolare se è (come me e credo anche Lei) dilettante, la prima qualità richiesta è l’onestà intellettuale, dote che io credo di possedere e che Lei, se avremo modo di conoscerci, potrà verificare.
    La saluto senza rancore.
    PP

  34. Rispondo al signor Ariis
    Non sono d’accordo con lei, il blog è uno strumento virtuale di discussione accessibile a chiunque, dallo storico al presunto notaio passando per la “gente comune” nel rispetto dell’etica, del prossimo e comunque dell’argomento in discussione. Chi commenta spesso si firma con soprannomi e difficilmente dichiara il grado del suo attivismo in merito all’argomento, per cui non di rado ci si imbatte in post siglati con pseudonimi da chi vuol coprire la propria identità (ci sono anche altri post di anonimi in questo articolo (?)). Questo “modus operandi” può certamente compromettere la credibilità delle affermazioni fatte e di questo, soprattutto dopo i continui richiami, penso che il notaio Plembil ne sia cosciente e per questo è sua libera scelta se palesarsi o meno. Tuttavia le osservazioni da lui fatte, con cognizione di causa, possono dare certamente un contributo per chiarire i fatti di questo periodo indipendentemente dalla sua identità (lei ha comunque la possibilità di controbattere…) e per il fatto della sua presunta discriminazione nei confronti dei garibaldini, da quello che si evince lei stesso supporta l’operato di questi ultimi non vedo perché qualcun altro non possa vederla in maniera diversa… e sarebbe altresì ingiusto e quantomeno superficiale e semplicistico etichettare a prescindere quanti in qualche modo non siano d’accordo con lei (un esempio: osovani quanti criticano i garibaldini e fascisti quanti criticano i partigiani).
    Per quanto mi riguarda la discussione storica sugli eventi di Promosio è certamente importante ed ogni contributo volto a chiarire i fatti (anonimo o no) è benvenuto, questo fintanto che c’è una disponibilità al dialogo.
    Con questo chiudo il discorso pseudonimo e desidero non tornarci più.
    mandi

  35. Rispondo a “Ivan” ragionando su “Plembil”

    Concordo sul fatto che si possa, soprattutto su un blog, usare uno pseudonimo per manifestare il proprio pensiero, questo, però, con la tacita e pacifica convenzione che si sappia trattarsi di uno pseudonimo! Faccio un esempio concreto. Da più di trent’anni mi occupo della storia della II guerra mondiale e della Resistenza nella zona del Gemonese e, da almeno cinque, sto cercando di documentarmi sulle vicende occorse in Val del But. Alcuni mesi addietro mi è arrivata una mail da un certo “notaio Pietro Plembil di Roma” che, riferendo di stare scrivendo un libro sulle vicende della resistenza in Carnia, mi chiedeva delle informazioni, alle quali ho risposto fornendo qualche dato e soprattutto qualche riflessione metodologica. Dallo “studio Plembil” non ho ricevuto più nessun riscontro, neppure di fronte a un espresso sollecito e solo più tardi, ritrovando quel nominativo sul blog di Cleulis, dopo diversi inviti fatti dai frequentatori del blog affinché si “palesasse”, è venuto fuori che il Plembil non era altro che uno pseudonimo.
    Ho citato il fatto personale – che rendo pubblico dal momento che non ho mai ricevuto un espresso messaggio con un “mi scusi se mi sono presentato sotto mentite spoglie” – per far capire che il rapporto (umano e metodologico) è diverso quando interloquiamo con una persona che si presenta con lo pseudonimo o con quello che riteniamo essere il suo nome vero!
    Ciò premesso, ribadisco l’importanza della discussione avviata sul blog, anche grazie ai contributi di “Plembil” e mi richiamo a quanto espresso nel messaggio del 17 novembre per proseguire, attraverso un confronto pacato, a delineare meglio le vicende dolorose del ’44-’45.
    Mandi a ducj.

  36. Egr. Ivan

    un conto è parlare di furti di galline nel pollaio di Cleulis e un conto è parlare di morti ammazati che purtroppo ancora oggi segnano il ricordo di molte persone. Anche lei dimostra un certo astio nei confronti dei garibaldini, io non supporto minimamente la loro azione, ma semplicemente ho accertato che alcune accuse rivolte agli stessi sono infondate e mi pare sia una cosa non da poco e per questo ribadisco con forza le mie tesi. La sua è una presa di posizione superficiale e semplicistica, e sicuramente poco attinente ai problemi sollevato, tesa ad attribuire al sottoscritto cose che non ha mai detto, secondo me lei non rappresenta un moderatore del blog particolarmente asettico. Ribadisco che affermazioni così importanti non possono essere anonime.
    Se lei scrive agli organi di stampa cose del genere senza dare indicazioni sulla sua identità, le stesse vengono cestinate. Dell’identità degli altri Blogger onestamente poco ne cale, molte erano le invettive e poche le verità storiche dette.
    Comunque se in questo blog la prassi è questa la accetteremo nostro malgrado, così potranno essere messe in circolazione ancora una ridda di voci senza controllo e possibilità di verifica.

    Per G. Plembil

    intanto non sono uno storico nemmeno dilettante, l’attribuzione di una certa violenza nel mio linguaggio e seguito di verità scomode, è una sua opinione, che ovviamente non condivido, se poi auspica che io possa fare la sua conoscenza per dimostrarmi la sua onestà intelletuale, si faccia vivo, altrimenti tanti saluti e…. senza rancore.

  37. Intervengo su quanto finora detto nel bolg.
    Trovo interessante la discussione, in modo particolare quanto detto da Plembil, che se supportato da documenti, può far inquadrare in modo nuovo le vicende di quel periodo.
    D’altronde, sono cose che nell’Alto Bût si son sempre dette, forse solo sottovoce, specie in ambienti riservati.
    Trovo valida anche la proposta di Stefanutti; sarebbe bello poter scambiare quanto meno le opinioni, perchè per poter esibire documenti….
    Saluti a tutti
    Giulio Del Bon

    1. Non ho capito il senso di quel pensiero lasciato incompleto. Non si riesce a “poter esibire documenti” perché ognuno si tiene stretti i suoi o perché, in fondo, non c’è più nulla di nuovo da cercare?

      Io credo che, “eticamente” vi sia il diritto ed il dovere di cercare di giungere ad una definizione della verità e questo non per seguire giustizialismi di facciata, ma soprattutto per dare una risposta ai familiari, a quanti hanno vissuto e subìto quei fatti e ancora si chiedono un perché.

      E invece, di fronte al triste, inevitabile rarefarsi dei testimoni diretti e al conseguente calo fisiologico delle vicende man mano che esse si allontanano, ci capita – da anni – di vedere acriticamente attribuita patente di veridicità alle voci di stupri, violenze ed uccisioni perpetrate dai partigiani carnici (“no ustu? Lu à scrit un storic di Milan!”), di leggere l’annuncio, più volte ribadito, di imminenti rivelazioni sui retroscena del “giallo delle malghe”, veniamo a sapere che uno “storico” pordenonese ha parlato nel 1990 con il “sottotenente che comandava il gruppo” della controbanda e non ritiene necessario fornire elementi su quanto emerso da tale fonte….

      C’è molta confusione, anche sotto i cieli di Carnia. Serve uno sforzo congiunto e un impegno serio, altrimenti, come scriveva Flajano, “quando potremo conoscere la verità, questa non interesserà più a nessuno”.

      Pieri Stefanutti

  38. Le cose dette in tono sommesso in ambienti riservati, a cui si riferisce Del Bon ( che almeno mostra la sua faccia di ricercatore locale), sono cose che circolano in Carnia , ma non sono mai state verificate e vengono dette sommessamente proprio perchè non ci sono riscontri reali. In ogni situazione di crisi, in particolare durante le grandi guerre che si sono succedute nel 20 secolo, di notizie false e tendenziose se ne sono contate a iosa. Dire che i partigiani hanno ucciso e violentato (può essere vero), ma queste affermazioni devono essere riscontrate, chi hanno ucciso e hanno violentato( dato che le vicende sono circoscritte ad un’area molto ristretta)? Invece sono conosciuti i morti ammazzati civili da parte nazista e fascista, tra il 19 luglio e il 22 luglio sono state uccise quasi 70 persone civili, ma pare che questo fatto sia di scarsa importanza per chi cerca a qualunque costo di colpevolizzare di qualcosa i partigiani, che hanno commesso molti errori, ma purtroppo c’era una situazione di guerra atroce. Ribadisco che queste azioni contro i civili sono state programmate e collaudate già dall’esercito italiano nenll’ex Yugoslavia, Montenegro, Albania Grecia, alcuni militari italiani, dopo molti anni hanno raccontato le violenze ai civili e in particolare alle donne ( certi racconti agghiaccianti parlano di donne incinte sventrate, civili decapitati ecc…). Questo avveniva quando ancora i partigiani non erano presenti sulla faccia della terra.
    Quanto successo nelle malghe carniche è quanto già accadeva in altre zone di guerra( non a caso queste bande miste di fascisti italiani e nazisti provvenivano proprio da quelle zone di occupazione). Quello che a mio parere sta accadendo è una sorta di ribaltamento delle resposabilità, ad esempio il fatto di attribuire la strage ad un furto di cavalli.
    Ma è giustificabile ammazzare 70 civili inermi per 20 cavalli rubati? Al fondo di questa vicenda emerge molto prepotentemente il grande disprezzo che queste bande di criminali di guerra avevano per la popolazione civile, aggravato dal fatto che molti di questi criminali di guerra erano italiani e alcuni carnici.

    Molte annunciate rivelazioni in merito a quanto accaduto e a possibili svolte nelle ricostruzioni, fino ad ora non sono mai avvenute, perchè purtroppo non c’è nulla da ricostruire ancora, la verità è una sola, la strage di c.a 70 civili inermi da parte dei nazi-fascisti nelle malghe carniche.
    Gli storici che annunciano di aver incontrato quelli che sono stati i responsabili di questi misfatti, farebbero bene invece di bearsi di ciò, a rivolgersi alla magistratura, in quanto quanto accaduto è un crimine di guerra non ancora prescritto.

    Anche noi abbiamo la nostra documentazione, l’abbiamo trovata e trascritta da archivi storici, dopo che uno storico locale si è rifiutato di portarci a conoscenza delle sue informazioni. Anche la nostra ricerca è supportata da documenti storici e testimonianze inedite che consentono di ricostruire in modo preciso e inconfutabile i fatti.

    Ivan, almeno questo non censurarlo

  39. La verità su qualsiasi fatto è sempre una e una sola, a cercarla, invece, sono in molti e sempre per portare l’acqua la proprio mulino. E quì mi pare sia proprio la strada che state percorrendo.
    Sui fatti di Promosio e di Paluzza c’è stato un processo dove sono stati condannati i responsabili, poi graziati. Cosa andate cecando?

  40. Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee. (George Bernard Shaw)
    E’ su questo principio che vorrei proseguisse la discussione sul Blog, altrimenti non ha nessun senso portarla avanti…

  41. Mi fa molto piacere che il sig. Ariis sia in grado di ricosruire in modo preciso e inconfutabile i fatti in oggetto. Penso che tutti attendano con rispetto la pubblicazione del suo lavoro.
    Da parte mia avevo già avuto modo di esprimere al sig. Stefanutti il mio pensiero, oltre a rispondere ad alcune sue precise domande. Allo stesso Stefanutti vorrei aggiungere che la confusione sotto i cieli di Carnia è stata, molte volte, creata o alimentata da persone estranee al territorio che, nonostante la loro buona volontà o buona fede si sono lasciate prendere la mano dalla loro posizione ideologica.
    Cosa che ad un ricercatore serio non è concessa.
    Concordo con il sig. Ivan nel dire che se la discussione, invece di portare nuovi elementi verificabili (come aveva tentato di fare il sig. “Plembil”) continua solo a polemizzare, è meglio chiuderla.

    Saluti a tutti
    Giulio Del Bon

  42. Quì purtroppo non si tratta di idee, ma di verità storiche, di fatti accertati, che si vogliono stravolgere, basta leggere i primi post di questa discussione. Le idee possono arricchire gli interlocutori, ma la negazione o lo stravolgimento delle verità storiche, come in questo caso, non arrichiscono nessuno, bensì creano ulteriori dubbi e alimentano ulteriori odii. Questa discussione è nata dalla negazione di responsabilità storiche da parte di blogger( senza nome), che poi hanno proseguito denigrando la resistenza, una strategia collaudata e piuttosto di moda, finalizzata a ribaltare precise responsabilità.
    L’idea di libertà e rispetto della dignità umana di un ebreo ex deportato nei campi di sterminio è molto diversa da quella di un fascista o di un nazista, queste due idee o modi di concepire i repporti umani sono tra esse incompatibili, perchè esiste un retroterra storicoculturale che rende impossibile scambiare queste idee. In questi frangenti, la citazione di Bernard Shaw rappresenta soltanto un volo pindarico.

    Per Kent
    non tutti sono stati perseguiti, ad esempio il fascista che nell’85 ha rilascisto la sua dichiarazone di cui sopra e che dichiarava di aver partecipato alle azioni di Pramosio e Paluzza, poi a Sauris non è mai stato perseguito. Molti dei nazifascisti delle bande hanno potuto vivere tranquillamente la loro vita in Karinzia e in Alto Adige, alcuni degli storici spregiudicati che continuano ad alimentare dubbi sui fatti, li hanno incontrati, intervistati, sanno dove vivono ecc..
    Credo che comunque, a chi alimenta nuovamente dubbi approfittando del tempo trascorso, sia necessario opporre la verità storica senza stancarsi mai di farlo.

  43. Giulio del Bon in questo frangente si comporta decisamente da “signore” , un esempio per Plembil, che sicuramente è in contatto diretto con lo stesso e opera sotto la sua occulata supervisione.
    La forma più importante di rispetto reciproco in queste situazioni e mostrare il proprio “volto”. Un augurio a del Bon per le sue ricerche che sicuramente presto o tardi potremo confrontare con le nostre e magari giungere a conclusioni condivise.
    Purtroppo le polemiche sono scaturite dai primi interventi di Blogger, finalizzate ad accreditare ancora la tesi secondo cui i morti di Pramosio rappresentano le vittime di una furia omicida che rimane ancora anonima. Questa tesi è ancora alimentata nella valle del But e tra le malghe di Paularo, sempre in forma anonima e per questo odiosa.

  44. Mi permetto di chiedere a “Kent” di dettagliare meglio l’informazione fornita: dove e quando sarebbe capitato che “sui fatti di Promosio e di Paluzza c’è stato un processo dove sono stati condannati i responsabili, poi graziati.” ?
    A me risultano essere avvenuti un’inchiesta avviata dalla Pretura di Tolmezzo nell’agosto del 1945, un processo contro un ufficiale italiano aggregato alle SS (condanna poi amnistiata) tenutosi nel marzo del 1946 presso la Corte d’Assise Speciale di Udine, un processo (conclusosi con l’assoluzione nel 1954) contro sei partigiani carnici per un fatto di sangue occorso a Paluzza…. Non credo proprio che con questi atti processuali siano stati condannati i responsabili dei fatti di Pramosio e di Paluzza. Se “Kent” è a conoscenza di altri dati oggettivi, li richiami e li espliciti, e tutti gliene saranno grati… altrimenti stiamo attenti, perchè, anche nel mondo digitale di Internet, “scripta manent” e non possiamo permetterci di alimentare ulteriormente la confusione.
    Grazie; mi auguro che la discussione possa continuare a vertire sui problemi ancora aperti e non scivoli nella critica personalistica.
    Mandi

  45. egregio signor quagliaro, io non sono venuto a casa sua a fare il maestro e a fornirle verità preconfezionate. Questa è una discussione, quindi si discute.
    Se io penso che le responsabilità siano tanto da una parte tanto che dall’altra, se penso che la verità non stia da una parte sola, questo non significa affatto negare nulla, ne’ sollevare dubbi. Mi pare evidente una responsabilità diretta da una parte e una responsabilità indiretta dall’altra parte.

    lancio un appello: è possibile rintracciare le carte del processo? Dove si possono trovare?

  46. Oscar, nemmeno io sono venuto a casa tua a fare il maestro, io abito a Colza per cui non sono un extracomunitario a voi così in odio, leggi attentamente i primi post, compreso il tuo, poi fammi sapere, se questi post iniziali, comprese le cretinate senza riscontro scritte ache dalla tua degna collega sui partigiani (che tra l’altro in altro blog definisce gli extracomunitari ” dutas las craganas” ), rappresentano valutazioni degne di una discussione seria o se invece non rappresentino delle invettive ideologiche di connotazione ben definita.
    Come mai avete chiamato in ballo prima il vostro paesano che si nasconde dietro lo pseudonimo di Plembile e poi avete chiamato in causa Giulio del Bon? Forse avevate qualche difficoltà a suffragare con i fatti le vostre “verità”storiche?
    Oscar continua a fare a realizzare programmi televisivi sulle sagre di paese, fai più bella figura.
    Le carte del processo contro i partigiani per l’uccisione della spia, invocata dagli stessi paesani che erano stati colpiti dalla sua attività posso fartele avere io.

    L’unico responsabile processato per i fatti di Paluzza del 22( probabilmente per concorso in strage e che è riuscito a salvare il ragioniere Tomzing sue ex compagno di scuola) è stato il capitano repubblichino Ocelli, presente il 22 a Paluzza, condannato e poi amnistiato. Altri processi per Pramosio e Paluzza non sono mai stati celebrati,( anche perchè alcuni di questi di cui si conoscevano i nomi sono stati uccisi dai partigiani sul finire del conflitto i località diverse). Le responsabilità indirette della strage dell’alto But non esistono, esistono solo responsabilità dirette da aprte dei nazifascisti alcuni tra l’altro vostri paesani. Ogni altra illazione è pura mistificazione storica.
    Mi pare che l’illumintato intervento di del Bon non sia servito a nulla per questa pseudodiscussione.

    Kent
    cerca di essere meno subdolo.

  47. Rispondo al Sig. Quagliaro

    Egr. Signore,
    anch’io non la conosco, ma vorrei lo stesso farle alcune precisazioni:
    Per quanto mi riguarda, mai, dico mai, ho dubitato della matrice nazista della strage di Pramosio e della conseguente terribile giornata del 22 luglio ’44. E per nazisti intendo tutti i militari facenti parte di quella squadra, di qualsiasi nazionalità fossero. E’ invece da dimostrare la partecipazione di forze della R.S.I.
    Sarebbe interessante, però, capire quali sono state le motivazioni e gli antefatti che hanno portato a tali azioni, cercando di ricostruire le azioni dei belligeranti nella Valle del But in quel periodo.
    Inoltre, si potrebbe analizzare il comportamento le istituzioni (podestà, parroci, ecc); i reali sentimenti delle popolazione locali ed il loro stato d’animo; il ruolo che ebbero in quei frangenti i doppiogiochisti e i profittatori.
    Si potrebbe anche parlare, ed è un argomento assai delicato, dei quasi cento civili eliminati, anche in modo brutale, dai garibaldini in Carnia.
    Un conto sono le responsabilità storiche del nazi-fascismo, che nessuno vuole negare, e un conto è un’analisi seria degli avvenimenti che si sono succeduti in un ambito territoriale ben delimitato. Su tanti episodi potremo trovare attenuanti o giustificazioni; però questi episodi sono accaduti in un solo modo ed è questo che noi dobbiamo cercare di scoprire.
    Non è con le affermazioni altisonanti che si scrive la Storia; a meno che si ritenga che tutte le verità siano già ben fissate ed in questo caso è inutile confrontarci.

    La saluto
    Pietro Plembil

  48. Per Ariis e Stefanutti

    Mi fa molto piacere che, almeno da parte vostra, i toni del dibattito si siano un po’ abbassati e siano diventati più civili.
    Ringrazio il sig. Ariis dell’augurio fattomi per il mio lavoro, con l’obiettivo di giungere a delle conclusioni che, se non condivise, siano almeno più complete e veritiere possibile.
    Sicuramente bisognerebbe disporre di una grossa mole di documenti d’archivio e di parecchie dichiarazioni di protagonisti diretti. Servirebbero anche diverse testimonianze provenienti dalla vicina Austria.

    Riguardo al procedimento penale avviato da Giudice Istruttore di Tolmezzo sui fatti di Pramosio, nel luglio 1945 lo stesso Giudice, su indicazione della Procura Generale di Stato di Trieste, “delibera di non doversi procedere per essere ignoti coloro che hanno commesso il reato”.

    Saluti a tutti
    Giulio Del Bon

  49. egr. signor oscar

    (purtroppo sto lottando contro le censure del moderatore di questo blog che impedisce di esprimere a pieno le mie manifestazioni di pensiero e ho provato, come anche Plembil, ad usare uno pseudonimo, ma il moderatore è davvero un “tagliatore di teste”.)

    Nemmeno io sono venuto a casa sua a fare il maestro( e nemeno ci tengo), ma purtroppo per lei ho già trattato vicende come la strage di Avasinis, quella di Torlano, quella di Pramosio Paluzza, sto ultimando il mio lavoro sulle malghe di Paularo che anticipano quelle di PramosioPaluzza, sto trattando alcune stragi compiute dall’esercito italiano di occupazione in Yugoslavia, in Croazia ecc…
    Le sue affermazioni fatte all’inizio del blog sono tese a affermare qualche responsabilità ai partigiani per quanto concerne la strage di Pramosio e Paluzza, ma non è stato in grado di dire quale responsabilità. Questa non è manifestazione di idee, ma diffusione di illazioni he alimentano dubbi tese a mettere in discussione le verità accertate. Spieghi quali sono le responsabilità indirette dei partigiani. Il furto di cavalli? L’unica verità accertata è quella.
    Un furto di cavalli rappresenta una responsabilità indiretta per il massacro di 70 civili inermi? Se la sua tesi è questa, essa è finalizzata a giustificare la strage di 70 civili innocenti che non centravano nulla col furto di cavalli e con le attività dei partigiani.
    Secondo questa logica possiamo ridisegnare tutta la storia, ad esempio l’olocausto può essere guarda attraverso la sua visione cone la conseguenza diretta del fatto che gli ebrei hanno crocifisso Gesù Cristo c.a duemila anni fa, ma nessuno le crederebbe. Lei può pensare tutto quelo che vuole, ma dovrebbe cercare di essere chiaro attraverso fatti, circostanze, nomi, località, atti documentali, senza questi elementi le sue sono solo opinioni senza alcun fondamento storico e di natura ideologica. Le responsabilità indirette non esistono, esistono solo responsabilità dirette da parte di criminali nazi-fascisti, tra cui anche alcuni vostri paesani.
    L’unico processo per i fatti di Pramosio Paluzza è stato celebrato a Tolmezzo a carico del capitano dei repubblichini fascisti Ocelli, per “concorso” in strage, avendo partecipato, con un reparto repubblichino fascista ai fatti di Paluzza del 22. Processo conclusosi con la condanna mi pare a 10 anni poi amnistiati a seguito delle amnistie promulgate dal ministro di grazia a giustizia il “feroce” comunista Palmiro Togliatti.
    L’atro processo è stato celebrato a carico di partigiani per l’uccisione della spia, conclusosi con l’assoluzione dei presunti responsabili, in quanto alcuni cittadini di paluzza, che avevano subito gravi conseguenze dall’attività di questa”signora”, hanno testimoniato in tribunale scagionandoli.
    Gli atti sono presenti negli archivi dei tribunali, poi comunque ognuno può reinventarseli per i propri interessi.

    Per Ivan ( il moderatore)
    Ho ovviamente copiato tutta la discussione del blog, anche la parti censurate. Sarà mia cura citare questo blog nel capitolo del mio prossimo video, dedicato ai tentativi di manipolazione storica della vicenda. Stai tranquillo che li non verrà censurato nulla.

  50. io sono perfettamente d’accordo con Pietro Plembil. Per quanto riguarda quagliaro: si vergogni. Lei usa toni e argomentazioni lesive della mia dignita’ professionale. Chiederò che i suoi interventi e il suo IP siano bannati da questo blog, che è libero e rispettoso delle posizioni di tutti

  51. Egr. del Bon

    in questi ultimi tempi una certa mole di documenti l’abbiamo recuperata dagli archivi storici e abbiamo anche sentito testimoni austriaci sui fatti, che confermano molte ciscostanze già sopra da noi menzionate, i tempi di realizzazione della ricerca ci obbligano ancora ad una sostanziale pausa cautelare. Il processo al capitano Ocelli però è stato celebrato e Ocelli era presente a Paluzza il 22 con la sua squadra di repubblichini e questo emerge dalla testimonianza di Tomzing che era il segretario della famiglia Brunetti.

    dal libro di Conedera

    le stragi del 21-22 luglio ’44 dell’Alto But (in cui viene individuato con precisione il comandante tedesco della spedizione punitiva e si ripercorre la storia del capitano degli alpini Occelli, processato a Udine nel 1946, condannato a 24 anni di reclusione con successiva estinzione della pena per amnistia…).

    Per Plembil
    perchè non parla di questi cento civili uccisi dai garibaldini? erano civli o collaborazionisti, ci può fornire i nomi e le circostanze dove sono stati uccisi? Sono avvenuti prima o dopo il 21 luglio del 44? Ci sono nomi e cognomi? Se ci fornisce questi dati potremo verificarli.
    Le sue affermazioni sono particolarmente inpegnative… ma dimenticavo lei usa uno pseudonimo.
    La RSI era presente sia a Paluzza e tra le malghe.

    per oscar

    il votro amico moderatore pensa già a censurare i miei interventi, ribadisco che lei è molto più in gamba a realizzare servizi televisivi sulle usanze locali( che tra l’altro ho visto e apprezzato).

    per sarute
    stami ben!

  52. Mah! Faccia lei caro Dino Ariis. Se vuole fare anche da moderatore faccia pure… Tanto fa tutto lei… Io sono stanco delle sue continue invettive nei miei confronti e verso i collaboratori e delle sue machiavelliche considerazioni sul blog. La lascio al suo modo di fare informazione imponendo con la violenza verbale la sua ragione ed io me ne starò qui a leggere la sfilza di post con cui mi inonderà nei prossimi giorni e chissà! magari troverà anche il modo di pubblicarseli da solo! Per conto mio, con una persona che non è ASSOLUTAMENTE disposta ad un dialogo pacato e costruttivo è proprio inutile continuare… Un ultima cosa, in quanto ancora amministratore del blog: https://cleulis.wordpress.com/ mi riservo tutti i diritti di concessione del materiale del blog per qualsiasi altro uso!
    Buone feste…

  53. Mi spiace che la discussione si stia “incattivendo” a un punto tale che rischia di pregiudicarne la prosecuzione. Invito tutti a evitare il personalismo dello “scontro frontale ad personam” e continuare a ragionare sui fatti più che sulle interpretazioni. Non credo comunque che la soluzione migliore sia quella indicata da “Sarute” di ” no stâ masse tacâts al schermo di un computer ma [ di lâ] a sclarîsi ogni tant las ideas difûr “: sicuramente Internet (e la televisione) sono anche luoghi di cazzeggi, ma l’esperienza di questa discussione aperta sul blog mi è parsa – spesso – importante e propositiva.
    Sono concetti che credo di avere già espresso ma che, nel “roboar di cannoni” non si sono sentiti. Per cui, secondo me, non bisogna “studâ”, ma “sbassâ”.
    Mandi

  54. per ariis.
    Guardi, lo sa meglio di me che non si tratta solo di 4 cavalli rubati in Austria. Io non ragione per semplificazione. O indaghiamo serimente e a 360 gradi oppure mettiamo un limite.

    Quanto alla posizione di Togliatti: anche questa è semplificata. Vogliamo forse dimenticarci dell’importanza della cd svolta di Salerno?

  55. Rimango sconcertato dai toni che sta assumendo la discussione, o forse sono io che non riesco a ragionare in questi termini. Come si può confrontarci ed arricchire le reciproche conoscenze con dei dati obiettivi se si continua a lanciarsi invettive velenose? Questo modo di fare non ci porta da nessuna parte e chi è impegnato in un lavoro serio rischia di essere condizionato da pregiudiziali ideologiche.
    Invito pertanto a supportare le proprie idee con dei dati oggettivi veritieri e riscontrabili.

    Il Capitano degli Alpini e Maggiore delle SS Giuseppe Occelli fu processato nel 1946 a Udine dalla Corte d’Assise Straordinaria per diverse imputazioni. Non vi furono elementi sufficienti per ritenerlo colpevole di “intelligenza col nemico”, mentre fu ritenuto colpevole “dell’unico reato di collaborazione politica continuata” e pertanto fu condannato a 24 anni di carcere. Non era assolutamente imputato per i fatti di malga Pramosio. Tolmezzo, poi, non c’entra per niente.
    Per quanto riguarda il comportamento tenuto dell’Occelli nel rastrellamento compiuto dalla SS germanica, e solamente da quella, il 22 luglio ’44 a Paluzza, sarebbe necessario analizzare tutta la documentazione processuale ed anche altre testimonianze scritte del periodo.

    Mi permetto di chiedere al sig. Ariis in base a quali elementi afferma che a Paluzza e nella Valle del But ci fu “il massacro di 70 civili inermi”. Avrei delle riserve sul numero.
    La frase, poi, “tra cui anche alcuni vostri paesani” mi sembra molto grave, a meno che non sia supportata da prove certe. Le ricordo che l’imputazione di strage per i fatti di malga Pramosio non è prescritta e pertanto La invito a rivelare alla Magistratura ciò che sa. Le ricordo che sono di Paluzza e con i legami di parentela che esistono nel paese, il dolore in quei giorni è entrato in tutte le case. Non scherziamo!

    Saluti a tutti
    Giulio Del Bon

  56. Riguardo alle cause scatenanti la strage di Pramosio e la rappresaglia del 22 luglio a Paluzza ho già esposto il mio pensiero nel blog il 13 novembre scorso e penso sia inutile ritornarvi.

    Vorrei ora trattare il problema dell’approvvigionamento alimentare dei partigiani.
    Nell’estate ’44, in Carnia c’era una miseria estrema di generi di prima necessità, tant’è che le donne di quella terra scendevano nella pianura friulana a cercare qualcosa da mangiare.
    Sarebbe interessante sapere come provvedevano ai loro bisogni le forze della Resistenza e se avevano dei contratti (e come pagavano) con i negozianti dei paesi o con i conduttori delle numerose malghe di montagna. Oppure, se erano costretti ad addentrarsi nel territorio del Reich per approvvigionarsi.
    Mi rivolgo a tutti i blogger, indistintamente, poiché mi sembra che tutti possano dare un contributo.
    In particolare al sig. Ariis, che sta lavorando sulla strage delle malghe di Paularo. Nella Valle d’Incarojo, in quel periodo, c’era una quarantina di partigiani, tutti giovani in buona salute, e dovevano pur mangiare. Dove se lo procuravano?
    Il sig. Ariis, che avrà certamente fatto molte indagini in quella zona, potrebbe dare una risposta?

    Arrivederci
    PP

  57. Egr.
    Giulio del Bon, il nome di un paluzzano riconosciuto da un testimone, presente nelle malghe assieme ai nazi lo faremo a tempo debito, purtroppo credo sia morto e quindi la magistratura potrebbe fare ben poco.

    Per Plembil

    Tutte le risposte che vuole e di cui sono informato,

    la resistenza contava su una organizzazione che riforniva la montagna dalla pianura, di sussistenza. Conosce bene le vicende legate al passo di M Rest, dall’altra parte questa organizzazione portava i viveri fino alla zona di Meduno, poi, come racconta anche Romano Marchetti, Pieri Spangaro, con il suo camion, consentiva di poter portare in Carnia i viveri.

    Per il resto gli approvigionamenti avvenivano come potevano, io li definisco prelevamenti, lei li definirà furti o razzie, i punti di vista sono ovviamente differenti.
    Aggiungo una cosa che i partigiani si rivolgevano spesso alle famiglie benestanti per reclamare soldi ed anche con questi sopravvivevano.
    I nostri testimono austriaci dichiarano che fino ai suoi tanto cari furti di cavalli( la prima decade di luglio), dei partigiani in austria e nelle malghe asutriache non se ne era mai sentito parlare.
    Le ricordo che c’erano anche individui che a nome dei partigiani prelevavano generi alimentari e bestiame nelle malghe, per rifornire il mercato nero, esiste la testimonianza che afferma che due di questi personaggi, individuati dai partiagiani e colti sul fatto, per loro venne istituito il plotone di esecuzione, l’intervento del prete del paese li salvò dalla fucilazione. Se il fatto di rifornirsi di generi alimentari in maniera coattiva, durante una guerra è una cosa così abbiettà, la posso considerare una opinione, ma arrivare a dire che la strage scaturisca da questo mi pare un vicolo cieco.
    Credo che nazisti fascisti e poi anche i cosacchi, quando entravano nelle case sicuramente facevano molto di peggio.

    Queste bande naziste erano già in azione fin da aprile nella zona di Resia, e li non era stato rubato niente.

  58. Per PP.
    è vero che in Carnia nel 1944 c’era una “fame” da morire. Questo valeva per tutti. Era così per la gente, per i partIgiani e ANCHE PER I NEGOZIANTI i quali non potevano fare nessun contratto per forniture di viveri con i partigiani né con qualunque altro. Non occorre sforzare tanto le meningi per capire questo elementare fatto: nessuna fornitura all’ingrosso e quindi nessuna vendita al dettaglio.

  59. bhe, se Ariis ha elementi nuovi, ci rivolgiamo alla Revisione… ma se sono tutti morti: la morte è causa estintiva naturale di reato.

    quanto alla fame: io so solo che una signora di Paluzza mi ha raccontato una scena alluncinante…

  60. cmq ariis, lei dà sempre una versione distorta di tutto… adesso da questo racconto che lei ha fatto sembra quasi che ai partigiani sia tutto permesso e in qualche modo giustificabile

  61. Ora che il dibattito sta riprendendo toni civili, mi permetto di riprendere alcuni punti che erano emersi e che, nelle successive concitate fasi, non sono stati approfonditi

    A Pietro Plembil
    Chiedo di specificare e chiarire la sua definizione di Pramosio come “quella che è stata un’azione di controbanda e non una rappresaglia (distinzione sottile ma importante)”: lo storico maggiormente letto su queste tematiche ha scritto più di un articolo sulla “rappresaglia nella valle del But”, respingendo sdegnato che c’entri l’attacco di Nojariis del 15 luglio e non portando però ulteriori dati sulle cause scatenanti. Plembil può offrire qualche elemento in più?

    Rispondendo ad Ariis, lo stesso Plembil ha detto “Riguardo ai fatti delle malghe di Paularo, penso che Lei sia molto distante dalla verità.”. Punto. E dato che anche il citato storico ha scritto un articolo intitolato” Malghe di Paularo, verso un’altra verità” senza poi produrre alcunchè di concreto, chiedo: appartiene alla stessa “filosofia” o ha altri elementi in mano?

    A Giulio Del Bon
    Mi riferisco alla sua frase “D’altronde, sono cose che nell’Alto Bût si son sempre dette, forse solo sottovoce, specie in ambienti riservati”. A più di sessant’anni dai fatti credo che i ricercatori, soprattutto quelli locali, abbiano il compito, quasi il dovere, di “tirâ fûr” quegli elementi, depurarli delle sfumature da chiacchiere d’osteria , al limite dai riferimenti personali, ma di trasformarli in NOTIZIE, in RELAZIONI sui fatti, facendoli circolare (se è sempre più difficile accedere ad un’editoria specializzata, internet può rappresentare un formidabile contenitore-archivio).

    KENT
    Attendiamo ancora che espliciti la sua frase “Sui fatti di Promosio e di Paluzza c’è stato un processo dove sono stati condannati i responsabili, poi graziati. Cosa andate cercando?”. Gli interventi miei, di Ariis e di Del Bon hanno richiamato la figura del cap. Occelli, che però non c’entra con Pramosio. Kent sa qualcos’altro?

    OSCAR
    Ha detto ” se si hanno elementi nuovi, ci rivolgiamo alla Revisione… ma se sono tutti morti: la morte è causa estintiva naturale di reato”. Credo vada superata, ormai, la volontà indiscriminata di processare tutto e tutti. Bisogna arrivare ad una analisi dei fatti essenzialmente su un piano storico. Come a Del Bon, rivolgo a Oscar il sommesso invito affinchè raccolga e divulghi le testimonianze raccolte come “quanto alla fame: io so solo che una signora di Paluzza mi ha raccontato una scena allucinante…”.

    Dimentichiamoci di avere in tasca la rivelazione unica, lo scoop …. E portiamo tutti dei mattoni ad una seria ricostruzione storica.

    Mandi a ducj

  62. LA presenza di fascista locale durante l’attività della banda non significa una responsabilità diretta del soggetto nella strage, ma sicuramente smentisce le voci che tendono ad attribuire le stragi delle malghe ai partigiani. E’ dell’anno scorso una lettera pubblicata da messaggero di una personna che indicava nei partigiani titini gli autori delle stragi nelle malghe, lettera contestata da Matteo Brunetti e Gervasio Mentil due parenti delle vittime di Pramosio.
    Di storie atroci ne ho sentite anch’io, basta ascoltare i reduci dai campi di sterminio, persone arrestate dai fascisti e consegnate ai nazi. Storie di sopravissuti alle camere di tortura fascista, ad esempio a Palmanova funzionava una delle più tristemente note camere di tortura fasciste della venezia giulia( riservata agli antifscisti e ai partigiani italiani e yugoslavi), dove, nel dopoguerra, per poter riattivare la casema in cui era stata intallata, hanno dovuto ripulire le condutture delle fogne di parti corporee dei torturati, occhi, dita, testicoli, lingue, orecchi ecc…. (analisi a 360°)

    PS. La censura è mia, gli insulti non verranno più ammessi. Sara

  63. Rispondo al sig. Stefanutti

    Ripeto: riguardo alle cause scatenanti la strage di Pramosio e la rappresaglia del 22 luglio a Paluzza ho già esposto il mio pensiero nel blog il 13 novembre scorso e penso sia inutile ritornarvi.

    Sulle stragi nelle malghe di Paularo, mi è stato riferito che è prossima una pubblicazione. Anch’io attendo gli sviluppi.
    Comunque, io penso che, in presenza di nuovi elementi, si può e si deve essere anche “revisionisti”. Perciò, non condivido quanto detto da un Sindaco a malga Pramosio durante la commemorazione dell’eccidio e cioè, che certi “storici” farebbero bene a lasciar perdere, poichè è tutto già stato scritto.

    Dalla richiesta che ha fatto a Oscar e a Del Bon, capisco anche la sua intenzione di fare da “collettore” di notizie e informazioni sui fatti di Pramosio. E’ un progetto ambizioso, che però ci porterebbe inevitabilmente a trattare i fatti accaduti nell’intera Carnia. Non so se i tempi sono maturi; forse lo saranno per le generazioni future.
    Sicuramente, come disse qualcuno, “la verità ha bisogno di tempo per farsi strada”.

    Rispondo al sig. Ariis.

    Lei mi è diventato simpatico. Però, se mi consente, lasci perdere le solite filippiche sui crimini dei nazi-fascisti. E’ roba da comizio elettorale.
    Se vogliamo chiarire certi argomenti con onestà intellettuale, lasciamo da parte le nostre convinzioni politiche e cerchiamo di ragionare solo sui fatti.
    Comunque, la leggo sempre con piacere.

    Vi saluto
    PP

  64. Vorrei precisare meglio il mio modo di pensare e di agire, anche sulla base delle interessanti riflessioni di Plembil. Sono un convinto sostenitore dell’importanza del ruolo del ricercatore locale, così come ho un pieno rispetto di quell’«essere di paese» in virtù del quale si attua la sostanziale identificazione con un luogo determinato. In quest’ottica, e giustamente, i morti di Cleulis son distinti da quelli di Paluzza o di Timau, e un ricercatore ha interesse a ricostruire le vicende del Moscardo piuttosto di quelle della Patossera. Rispetto assoluto delle sensibilità e delle specificità, dunque. A chi si occupa di storia con un’accezione più vasta, però, è chiesto qualcosa di più, vale a dire lo sforzo di indagare e di mettere in relazione fatti diversi, accaduti in luoghi differenti, in periodi che non sono gli stessi. E le vicende dell’estate ’44 in Carnia sono esemplari proprio per questo: chi se ne occupa deve per forza di cose superare la dimensione localistica e contribuire a raccogliere e poi abbracciare, collegare tra loro i fatti arrivando a delineare cronologie e relazioni assai complesse. Non è certo un compito di “collettore” che possa fare io: servono ben altre competenze, disponibilità e mezzi. Credo sia però giusto, e lo ribadisco, portare ciascuno il proprio mattone.
    E, a proposito, per non “predicar bene e razzolar male”, ricordo che da tempo Ariis ed il sottoscritto hanno messo in rete (sul sito http://www.nn-media.eu/ ) materiale bibliografico, trascrizione di interviste, notizie capaci di rappresentare l’avvio della costituzione di un non disprezzabile archivio su guerra e resistenza, oltretutto liberamente consultabile.
    Mandi

  65. Purtroppo i miei post vengono regolarmente censurati dai moderatori, per questa ragione non potrò essere più presente su questo blog, ne attiverò uno alternativo sul sito http://www.nn-media.eu
    Saluti e a presto, anche a questi moderatori poco rispettosi degli altri.

  66. Per il sig. Stefanutti

    Ho visitato il sito in oggetto e, riguardo ai fatti che stiamo trattando, mi permetto alcune osservazioni

    – Sui tre di Paluzza implicati nella strage di Pramosio, come ho già detto, è una forzatura inaccettabile. A meno che non disponga di prove inconfutabili (documenti o testimonianze comparate e verificate).

    – Riguardo alla targa di malga Rattendorf, posta per ringraziare il comandante “Augusto”, mi sembra non si vada oltre l’aspetto folcloristico. Ammesso che si tratti proprio di lui, (vi siete basati su quanto scritto da Conedera, ma una dichiarazione scritta nel 1951 dallo stesso “Augusto” assieme a Tranquillo De Caneva “Ape”, altro comandante garibaldino, lo escluderebbe) non vedo come il non aver ammazzato dei civili in una malga sia meritorio di decorazione. Inoltre, lo stesso Lackner ha scritto che i partigiani, nel viaggio di ritorno, caricarono le donne di prodotti caseari (destinati a loro uso e consumo) e le obbligarono a portarli sino al confine.
    C’è poi l’inesattezza dei due finanzieri, che non furono liberati, nè si unirono ai partigiani, ma furono condotti in Val Pesarina e liberati dai tedeschi tempo dopo.

    – Il titolo “I racconti di un massacratore” dato allo stralcio dal libro “Ho incontrato l’SS che mi aveva fucilato” mi sembra infelice. E’ da provare che questo militare, addestrato alla controguerriglia, abbia compiuto atti inumani. Il racconto che fece dei fatti che lo videro protagonista in Val Resia non mi sembra vadano classificati come tali.

    E’ evidente la connotazione ideologica resistenziale, e quindi di parte, data al sito; cosa perfettamente legittima, ma non è detto che sia l’unica verità. L’importante è che gli autori del sito dicano: noi raccontiamo la storia e tutti i fatti successi partendo dall’assioma, non negoziabile, che tutti coloro che indossarono una qualunque divisa tedesca o della RSI erano degli assassini e dei massacratori, mentre tutti coloro che portavano un fazzoletto (rosso o verde) al collo erano degli stinchi di santi.

    Un saluto
    PP

  67. Pietro Plembil mi attribuisce delle connotazioni che non mi pare di poter condividere né accettare. Con la stessa impostazione, allora, dal momento che lui ha espressamente dichiarato che “i “difensori dell’italianità” combattevano assieme ai tedeschi” se ne può dedurre che per lui la ricerca storica deve essere basata solo ed esclusivamente sulla difesa della RSI!

    Mi paiono tutte posizioni discutibili, dal momento che compito della ricerca storica è, in primo luogo, accertare i fatti. Credo anche sia fuori da ogni discussione l’impegno civile e democratico di Ariis, anche se esso si esprime talvolta con una colorita ruvidezza (a proposito, lo stesso, ritenendo di fare una cosa utile al dibattito su queste tematiche, ha aperto un nuovo forum di discussione: http://quagliaro.wordpress.com/ ).

    Quanto ai problemi specifici posti da Plembil, rispondo.
    – la testimonianza di Lackner è assai preziosa per documentare i percorsi della controbanda. Gli va dato atto dell’impegno pluridecennale per rivolgere un ringraziamento alla memoria del partigiano che – nel suo modo di vedere – si è comportato con magnanimità.
    – L’identificazione del partigiano col comandante Augusto mi pare abbastanza probabile, sulla base dell’incrocio delle testimonianze, come abbiamo cercato di spiegare sul Messaggero Veneto del 23-12-07 e del 21-4-08. Chi ha contestato veementemente questa attribuzione (v. Messaggero Veneto 27-3-08, Asou Geats agosto 2008) non ha portato, in fondo, elementi risolutivi al contrario. Conosco la relazione Bellina-De Caneva ma credo, che in mezzo a tanti elementi importanti, contenga una svista foriera di equivoci. Come talvolta si confonde, nei discorsi, Tarcento con Tricesimo, provi a immaginare che in quel documento, sia stata involontariamente confuso e sostituito il nome di Straniger con quello di Rattendorf e lo rilegga: vedrà che, “magicamente” i fatti riassumono un loro ordine logico e cronologico, coerente con quanto andiamo sostenendo in via deduttiva.
    – Sui finanzieri catturati abbiamo raccolto testimonianze nel senso di cui abbiamo riferito. Lei si riferisce forse all’episodio nel quale sono stati liberati i tedeschi presi a Sappada?

    Chiudo con una considerazione generale: in tanti anni di ricerca, raramente mi è capitato di incontrare “balonirs”: i testimoni raccontano la loro esperienza, quello che è loro successo, quello che hanno visto. Il problema è che spesso è difficoltosa la collocazione cronologica degli avvenimenti, soprattutto quando questi si sono ripetuti più volte: questa, credo, è la riflessione che dobbiamo tener presente, prima di “scuarnasi”: siamo sicuri che, quando parliamo di cavalli rubati, di assalti alle gendarmerie, di azioni ed uccisioni, ci stiamo riferendo sempre allo stesso episodio?

    Mandi

  68. Dialogo educatamente con il sig. Stefanutti

    Mi permetto alcune osservazioni:
    – Concordo nel ritenere l’identificazione del comandante Augusto in colui che “graziò” i malgari di Rattendorf. Sicuramente nella relazione Bellina –De Caneva si può adattare Rattendorf con Stranig però, il 26 luglio vi fu un identico assalto alla malga Stranig e non sappiamo a quale località si riferisce il Bellina.
    Comunque, secondo me, in quella relazione c’è molta propaganda. Sappiamo tutti cosa significa la parola “meting”; riguardo poi ad aver portato “i civili a Casera Lanza a vedere i pastori trucidati…”….
    Dobbiamo tener presente che sino all’azione di Rattendorf (20 luglio’44), i numerosi partigiani (almeno 40) di stanza nella Val d’Incarojo non fecero azioni contro i tedeschi. Cosa ci facevano a Paularo? Non mi si venga a dire che stavano inseguendo la controbanda. Le uccisioni di Lanza sono datate 17/18 luglio: cosa è successo in quei 2/3 giorni?

    – Siccome raramente le è capitato di incontrare “balonìrs”, le è capitato di intervistare in zona qualche civile, che non sia stato partigiano e che abbia parlato bene dei partigiani stessi?

    – Relativamente ai due finanzieri catturati a Rattendorf, per stessa ammissione di Augusto, se quanto riportato da Conedera corrisponde a verità, sono stati consegnati a Marco. Pur no scendendo nei dettagli, lo dicono anche le fonti austriache.

    – A mio avviso, nell’utilizzare le fonti partigiane del “Diario” bisognerebbe stare molto attenti e mi riferisco al vostro sito internet. Il “Diario”, pur riportando con sufficiente esattezza i fatti, è sicuramente di parte.

    – Riguardo al blog di Ariis (il cui impegno civile e democratico non lo conosco, ma conosco ora la sua colorita ruvidezza) non penso sia fatto per i clerico-fascisti, i quali non possono portare nessun contributo utile al dibattito.

    La saluto
    PP

  69. Riprendo le osservazioni di Plembil (anche se dobbiamo stare attenti a non trasformare una discussione in un duetto).

    Io credo molto nella necessità di delineare cronologie, per la ricostruzione dei fatti. In quest’ottica, mi pare che la sequenza degli avvenimenti di Lanza – Rattendorf sia abbastanza coerente e confermata da fonti diversificate:
    1 – segnalazione della controbanda sui monti di Paularo
    2 – perlustrazioni partigiane
    3 – rinvenimento cadaveri Lanza
    4 – azione su Rattendorf (eufemisticamente, il “Meeting”)
    5 – quanto ai “civili a Casera Lanza a vedere i pastori trucidati” è verosimile si riferisca agli austriaci obbligati a portare in Italia i viveri prelevati in malga

    Aggiungo, sempre a proposito di “chei laris di partigjans” che esistono testimonianze e documentazioni scritte attestanti la distribuzione alla popolazione del formaggio recuperato contemporaneamente, da altre squadre partigiane, sulle malghe sopra Paularo!

    Quanto al problema di come il fenomeno partigiano sia stato percepito e vissuto dalla popolazione civile, mi permetto di riproporre a Lei e a tutti i frequentatori del Blog la rilettura di una poesia di Leonardo Zanier che, mi pare, sintetizzi bene i termini della questione.
    Mandi

    HAN ROBÂT COPÂT…
    las veras pa PATRIA
    no ses han tornadas
    né i cancei
    las ringhieras
    (fintramai las filiadas)
    seadas a or dal mûr
    par ordin dal duce e dal re
    par fa l’IMPERO
    né i cjaldîrs
    las cogumas
    las frisorias
    e i cops di ram
    puartâts vaint
    e joduts a sbusâ
    sgomberâ
    trai ‘tar un grum
    su la plaza
    pa VITTORIA
    né las pioras
    tratas four dal cjôt
    dopo ve viert
    a sclopetadas la puarta
    e cuetas interias
    dai nazi-cosacs
    ‘tas cjalderias dal formadi
    par RAPPRESAGLIA
    né las gjalinas
    i purcits
    las vacjas
    requisidas (robadas)
    dai nazi-todescs
    e dai republichins nostrans
    par fan e par fa dam
    …cence contâ
    i oms picjâts
    torturâts depuartâts
    i paîs brusâts

    nissun s’impensie?
    S’impensais però
    dai partigjans:
    “…han robât
    copât…”
    ma cui erino?
    Gori, Carlo e Santina dal
    Negro
    Min da Tea
    Armando di Centa
    Madio di agna Miuta
    Tilio da Rigulat
    i fîs di Esterina
    Berto di Paschina
    Cragnul Anastas di Zuviel
    Barbacet Mario di Cjampiei

    centenars e centenars
    di cjargnei
    miârs di fantats
    la vuesta mularia
    la nesta zoventût

    Leo Zanier
    Carnia libera 1944

  70. A quanti, su queste pagine, hanno dimostrato interesse per le vicende della guerra tra Friuli e Carnia, si segnala che sul blog “Doi di maj” è iniziata in questi giorni la proposta di una rilettura degli avvenimenti del 1945, alla fine della guerra, nella zona del Comune di Trasaghis, attraverso la ricostruzione, giorno per giorno, delle principali vicende occorse: dall’insurrezione partigiana, al bombardamento su Alesso, alla fuga ed alla cattura dei cosacchi, alla strage di Avasinis, alle vicende conseguenti, al complesso riavvio della vita nella libertà conseguente alla fine della guerra .
    Il quadro, necessariamente sintetico, può offrire un contributo alla conoscenza di quelle vicende ormai lontane.
    I promotori dell’iniziativa, cui collabora anche il Centro di Documentazione sul Territorio e la cultura locale del Comune di Trasaghis, si augurano che la proposta susciti interesse e invitano pertanto a visitare le pagine web, fornire documentazione aggiuntiva o commenti all’indirizzo http://blog.libero.it/2diMaj/ .

  71. A tutti i visitatori del sito.

    Mi chiamo Giulio Del Bon da Paluzza e sarei intenzionato a concretizzare il frutto delle mie ricerche riguardanti il periodo 1944-45 nell’Alta Valle del Bût con una pubblicazione.

    Dato che il dialogo sull’argomento a suo tempo iniziato su questo sito si è interrotto, mi rivolgo a chiunque volesse in qualche modo collaborare con un qualsiasi contributo, purchè dato con serietà e onestà intellettuale, attenendosi scrupolosamente ai fatti.

    Nel caso qualcuno volesse contattarmi privatamente, il mio indirizzo è:
    giuliodelbon@libero.it

    Grazie
    Giulio Del Bon

  72. In questo dibattito aperto si perde il senso globale di cosa fu la guerra, la resistenza ai nazisti ed ai fascisti che fu emanazione della stessa, usando forze ed energie per tattare fatti locali senza adeguata contestualizzazione e rischiando di cadere in un dibattito più simil osteria che altro. Alcuni aspetti sui fatti di Promosio sono accertabili attraverso documentazione, non ultime le poche righe su: FERDINANDO MAUTINO, GUERRA DI POPOLO – STORIA DELLE FORMAZIONI GARIBALDINE FRIULANE – a cura di Enzo Collotti, Feltrinelli, 1981, p.80.

    Sul ruolo che i fascisti ebbero al fianco dei tedeschi, cfr. NUTO REVELLI, LE DUE GUERRE, EINAUDI 2005, PP. 147 – 148. Dal testo si evince che i fascisti ” arrivano sempre dopo i rastrellamenti al seguito dei tedeschi, sono feroci nelle rappresaglie contro la popolazione, contro gli inermi.” l’autore dice poi alcuni fascisti, e qui si riferisce ai componenti la legione “Ettore Muti” erano particolarmente temuti perchè “torturatori, spietati, feroci. (…). Ne hanno combinate di tutti i colori. ” E aggiunge che anche i tedeschi “ci tenevano a questo “lavoro sporco” perchè terrorizzando speravano di far diventare nemica la popolazione nei confronti dei partigiani. Se ciò è vero per il cuneese perchè in Carnia ci dovrebbero esser stata sostenziali differenze? I ruoli svolti da nazisti e fascisti nei confronti di partigiani, loro cari e popolazione, nella primavera estate 1944 non credo mutassero con il mutare delle zone operative. Inoltre Revelli non teme di scrivere che la popolazione subiva la guerra partigiana come ogni guerra. “La popolazione non avrebbe voluto nè i tedeschi nè i fascisti nè i partigiani, non avrebbe voluto la guera.” Ma” – continua Revelli – che è stato un partigiano non garibaldino – c’era e non eravamo certo stati noi ad inventarla.” (Ivi, p. 162.) Revelli Nuto era ufficiale dell’esercito, aveva studiato all’accademia di Modena, ed era reduce dalla campagna di Russia.

    Infine vorrei conoscere il testo di metodologia degli studi storici che dice che gli storici devono essere revisionisti.
    Mi piacerebbe che le fonti fossero citate per esteso e il dibattito non fosse a 2 o 3 come in osteria.
    Laura Matelda Puppini – via monte Amariana 5, 33028 Tolmezzo (Ud).

  73. Benvenuto a L.M.Puppini nella discussione aperta: l’esiguo numero degli interventi recenti suggerisce però che l’interesse per il dibattito sia andato scemando. Relativamente alle interessanti questioni poste, mi permetto di ribadire che, nella ricostruzione storica di fatti accaduti in zone “marginali”, non esistono fonti privilegiate né tanto meno esclusive: giustissimo, e prioritario, l’inquadramento generale dei fatti e delle problematiche attingendo ai “testi sacri”; poi deve però seguire uno spoglio della microeditoria (ricercatori locali, ma anche bollettini parrocchiali e simili) e, soprattutto, la raccolta delle testimonianze orali delle persone che quei fatti hanno vissuto, condiviso e, spesso, subìto.
    Fatto questo (lavoro già di per sé complesso) comincia il vero e proprio lavoro dello storico (e anche del ricercatore storico): confrontare, filtrare, selezionare, verificare…. per poi arrivare ad una sintesi. Un solo documento scritto, IL solo documento scritto è chiaramente insufficiente, vuoi perché di certi fatti (in guerra) bisognava scrivere il meno possibile, vuoi perché la relazione scritta era spesso usata a fini propagandistici.
    Un esempio lampante: l’offensiva nazifascista dell’ottobre 1944 da Braulins a Cavazzo. Chi volesse rifarsi solo alle relazioni partigiane (p. es. AORF H5 121-3) o solo alla relazione della M.D.T. (Aifsml, A1,4), ne trarrebbe conclusioni opposte. Analogamente, per i fatti di Pramosio, le ricostruzioni, per esempio, di Toppan, di Colonnello, di Arena, di Fabian divergono pressoché totalmente e “sposarne” una ed una sola significherebbe andare incontro a sicura approssimazione.
    E’ dal confronto e dall’integrazione delle fonti che si può (sperare di ) ottenere qualche elemento di ragionevole certezza.

    Pieri Stefanutti

  74. Per CHI VUOLE LEGGERE – con riferimento all’ultima di P. Stefanutti.
    Non credo esistano testi “sacri” in storia, ma fonti accreditate e vagliate dagli istituti di storia del movimento di liberazione come credibili o da detti istituti prodotti, o scritti dai più noti studiosi del periodo. (cfr.Enzo Collotti – e per opere vedi anche:” Enzo Collotti, Renato Sandri, Frediano Sessi (a cura di) Dizionario della Resistenza. Vol. 1: Storia e geografia della Liberazione, Torino, Einaudi, 2000. Enzo Collotti, Renato Sandri, Frediano Sessi (a cura di) Dizionario della Resistenza. Vol. 2: Luoghi, formazioni, protagonisti, Torino, Einaudi, 2006)
    Io ho citato nel precedente intervento due fonti per inserirmi nel dibattito e nulla di più.

    Volevo solo dire che non si può dimenticare che lo scenario in cui il fatto – eccidio malga Pramosio – si inserisce era quello bellico e post 8 settembre, e che è secondo me, per contestualizzare, è importante confrontare realtà simili come potrebbero esser state quella carnica e quella del cuneese.

    Dovrei leggere le fonti citate da Stefanutti sul fatto in esame per entrare nel merito delle stesse. Ricordo che fonti anche scritte come Revelli sono comunque paragonabili alle fonti orali, così come articoli da giornali locali e diari. E’ mio interesse unicamente porre l’attenzione sull’abuso che si fa delle fonti orali se non supportate da testi scritti di vario tipo e informazioni su chi scrive o parla. La descrizione di un fatto storico non può essere, nella sua struttura, diverso in più fonti,: i fatti di malga Pramosio furono di fatto un atto di “rappresaglia” brutale come altri vi furono in Italia, senza nulla togliere allo stesso. Per esempio mi pare buona la descrizione, ricavata dalla testimonianza dell’allora segretario comunale di Paluzza Candido Virgilio, fonte suggeritami da mio fratello Marco:
    “Tipico esempio della collaborazione criminosa e mercenaria dei fascisti repubblicani con le SS e dei metodi di terrorismo antipartigiano allora in uso fu – episodio fra i tanti – la strage di Malga Pramosio e bosco Moscardo (Paluzza) del 21 luglio 1944, dove un gruppo di SS italiane e tedesche travestite da partigiani e provenienti dal vecchio confine italo-austriaco uccisero (dopo averli «seviziati in orribile modo» 16 civili, uomini e donne una delle quali «in stato di avanzata gravidanza», mentre «stavano consumando il magro pasto meridiano». Proseguendo, la banda omicida incontrava ed ammazzava due donne dopo averle violentate. «Ad entrambe – scrive nel suo rapporto il segretario comunale di Paluzza -. era stato confitto in foro anale e in vagina un tappo di legno» e i loro corpi portavano «orribili squarci e profonde ferite di pugnale».
    Arrivati in località Moscardo le SS abbatterono a pugnalate 2 operai che tornavano dal lavoro e quindi, attraversata Paluzza, sempre spacciandosi per partigiani, proseguirono alla volta di Cercivento dove massacrarono 3 persone. Il giorno dopo, 22 luglio, un reparto delle SS «fra cui molti italiani» uno dei quali è il cap. Occelli, irrompevano in Paluzza, prelevavano dalle case decine di persone trascinandole al Municipio dove già si trovavano il podestà, il segretario comunale, il direttore didattico e alcuni impiegati e qui iniziarono «l’orrenda flagellazione». I corpi degli sventurati erano colpiti da pugnalate, calci, morsi e dai fucili usati come clave. Sopraggiunto anche il gruppo dei falsi partigiani di Pramosio «l’orgia di sangue raggiunse il parossismo». Nel pomeriggio verso le 16 «il reparto ebbro di sangue ed in stato di palese ubriachezza» lasciava Paluzza e prima di rientrare a Tolmezzo uccideva 7 ostaggi in località Ponte di Sutrio dopo aver trucidato altre persone a Sutrio, e depredava le vittime di tutti gli oggetti di valore. Altre 11 persone innocenti (di Paluzza, Arta e Cercivento) venivano assassinate lungo la strada.
    Tutto questo veniva riferito personalmente al Berater tedesco di Udine dallo stesso segretario comunale di Paluzza Virgilio Candido, presenti all’incontro i segretari comunali di Forni Avoltri, Rigolato, Ovaro, Lauco e gli ingegneri minerari Cioni e Franz Gnadlinger, incontro autorizzato dal comando partigiano garibaldino. ” –
    Testo dal sito: http://www.carnialibera1944.it. – ma esiste sicuramente fonte originale.
    Non è vero che la storia della resistenza anche in Carnia debba essere riscritta: è già stata scritta da studiosi di provate capacità: cfr quanto prodotto dagli Istituti di Storia del Movimento di Liberazione Regionale e Friulano.
    Se un tizio dice di esser stato presente ad un fatto bisogna accertarsi che ciò sia verosimile: era veramente un partigiano? ( cfr. elenchi ecc.) C’ è qualcosa che indichi che era pastore in zona? Inoltre non si può perder tempo a smentire Pisanò: da quando e da chi è ritenuto fonte credibile sui fatti resistenziali???
    Se lo stesso Primo Costa, nel suo diario Un partigiano della Osoppo sul confine orientale”pubblicato da Del Bianco – Ud, 1969 “scrive che il libro abbisogna”di collaborazione e testimonianze per essere integrato” essendo basato solo sulla memoria, figurarsi chi narra nel 2010!!!!Invece sarebbe importante inserirsi nelle scuole superiori e raccontare, anche attraverso i lavori di ariis la storia del fascismo, del nazismo del litorale adriatico, della resistenza anche carnica ai giovani che sono spesso ignoranti come, mi spiace dirlo, pare lo siano alcuni docenti e molti adulti, ma il videtur è d’obbligo.

    Ricordo inoltre che alcuni partigiani carnici, come Mario Candotti non operarono in Carnia e che il garibaldino “Tredici” non era carnico e operò in zona carnica. “A lu dis lui” o “mi lo ha dit me none” non riferito a ricette della cucina carnica o altri aspetti di vita come il “la a miezas” ( cfr. miei articoli su Nort) non sono sufficienti, non dico che siano inutili, per approfondire quanto già di accreditato pubblicato in merito alla Resistenza ed a fatti alla stessa relativi.
    Per battere il revisionismo ora in voga bisogna conoscere la letteratura ( e questo vale anche per me che non mi ritengo una espertissima) e contestualizzare. Questa è la mia opinione. Ci sono scritti validi su vari argomenti storici anche su siti: si deve vedere chi è l’autore e la bibliografia citata. Laura Matelda Puppini

  75. Magari a qualcuno può interessare…

    Dal Bollettino parrocchiale di Cleulis “Glesiuta Clevolana” n. 73 – estate 1994

    I giorni 21 e 22 luglio ricorreva il 50° anniversario dell’eccidio dei Martiri di Promosio; anche noi vorremmo rendete testimonianza a queste persone, massacrate soltanto per malvagia. Naturalmente, non c’è soltanto una versione dei fatti e non c’è un perchè; di conseguenza noi ci limitiamo a riportare il rapporto che, l’allora Podestà di Paluzza Lorenzo Craighero, stese per il Pretore. Non sta a noi decidere se è vero, ma penso che il Podestà lo abbia steso in tutta sincerità, dichiarando come realmente si svolsero i fatti e menzionando le persone che vi parteciparono, senza coprire niente o nessuno.

    «Ill.mo Sig. I° Pretore
    Per meglio chiarire la mia deposizione fattavi in data odierna e in obbedienza a quanto da voi consigliatomi, stendo questa succinta relazione che spero darà un po’ di luce sulle giornate tragiche di Paluzza del 21 e 22 luglio 1944 e sui diversi attori della oscura e criminale vicenda
    Alle ore 13 del 21 luglio si propagò in Paluzza la voce che un avvenimento di grande gravità era avvenuto in malga Promosio, in territorio del comune di Paluzza. Qualche particolare non ancora osservato precisava che il proprietario della malga Sig. Brunetti Andrea di Paluzza era stato assassinato assieme ad alcuni pastori. Più tardi la notizia fu confermata con l’orrendo particolare che gli assassini erano tanti, si parlava di una ventina. Mentre il paese era in preda a grande ansia e costernazione – saranno state circa le ore 17 – giunsero in paese dei misteriosi individui armati fino ai denti. Erano circa una ventina ed i loro vestiti e certi simboli tenuti in evidenza (stella rossa – fazzoletti rossi, ecc.) li potevano far apparire dei Partigiani. Altre persone che si avvicinavano fecero intendere che erano partigiani di Tito e cercavano di avere contatto con i partigiani locali. Qualcuno parlava italiano con accento spiccatamente straniero. Due di essi – uno era il capo della criminale compagnia – giunsero all’ufficio postale dove fecero esplodere una bomba a mano con l’intento di distruggere gli apparati tele grafico e telefonico.
    In tutti fu allora chiaro che l’eccidio di malga Promosio era stato opera di questi falsi partigiani, i quali, scendendo verso Paluzza, in località Moscardo, aumentarono il numero degli assassinati uccidendo a pugnalate due agricoltori. La loro infame e criminale opera aveva spento quel giorno in territorio di Paluzza 21 persone: tre giovinetti; tre donne e sedici uomini. Riunitesi e dopo qualche sparo di fucile e di mitra lungo l’abitato di Paluzza, si diressero verso il limitrofo comune di Cercivento ove aumentarono il numero delle vittime uccidendo altri tre uomini.
    Il giorno successivo, 22 luglio verso le ore 13, provenienti da Tolmezzo giunsero in Paluzza un forte nerbo di armati della SS. Bloccato il paese, i comandanti si presentarono al Municipio dove il sottoscritto, il Podestà, li ricevette. Giunti nel suo Gabinetto essi lo percossero. Assieme ad essi c’era anche un ufficiale italiano che vestiva la divisa di Capitano degli Alpini e che più tardi ho potuto sapere essere il capitano Uccellis Successivamente vennero portati nel Gabinetto del Podestà diversi cittadini di Paluzza i quali, percossi brutalmente, grondavano sangue tanto che in breve il pavimento sembrava quello di un mattatoio. Ad un certo punto i tedeschi si affacciarono alla finestra gridando “Heil! ed Hoc!”. Dapprima non capii la ragione ma quando vidi arrivare nel Gabinetto alcuni dei falsi partigiani della sera prima, mi fu chiaro che le grida di esultanza erano dirette a questi e li salutavano come se fossero usciti da qualche grande pericolo. Presenziai alla relazione che il comandante dei falsi partigiani fece ai tedeschi sulla loro impresa e potei afferrare che essi provenivano da Pontebba e attraverso le montagne erano scesi a Promosio, al Moscardo e a Paluzza seminando la via di vittime. Si può con certezza ora affermare che i falsi partigiani erano in gran parte italiani e certamente delle forze armate repubblicane o delle Brigate nere. Dopo aver saccheggiato case di abitazioni, negozi ecc, e dopo essersi ubriacati di acquavite e liquori rubati nei bar e nelle osterie del paese verso le ore 16 sia il reparto delle SS che i falsi partigiani ripresero la via verso Tolmezzo, portando con loro diversi cittadini di Paluzza e paesi vicini, alcuni dei quali per le forti percosse, potevano a stento reggersi in piedi. Di più, inumanamente li caricarono di oggetti pesanti che avevano rubato in paese. In località Ponte di Sutrio, assassinarono altri otto giovani del Comune di Sutrio e lungo strada che va dal ponte stesso al Comune di Arta finirono a colpi di pistola diversi dei giovani e uomini presi prigionieri Paluzza. Uno di questi. Lazzara Costanzo, ferito gravemente da un colpo di pistola potè essere salvato e potrà rendere testimonianza di quanto avvenne di tragico lungo la strada che da Paluzza porta ad Arta. Particolarmente segnalata la brutalità di un tenente della SS germanica e di un maresciallo della SS stessa che per diverso tempo furono di guarnigione a Tolmezzo e di cui non posso dire il nome.
    Questo ho steso con tutta sincerità nell’intento, come dissi in precedenza, di far luce sui tristi fatti che insanguinarono Paluzza e la Valle del But.»

    In fede
    fto. Lorenzo Craighero
    ex Podestà di Paluzza

  76. niente di nuovo, documento noto.
    Andrebbe pubblicata anche la relazione del podestà circa l’eferratezze compiuta sulle due donne uccise nei pressi di pramosio e sulla modalità bestiale con cui hanno infierito su di esse, delle quali una era incinta.
    Va ricordato che il podestà era di fede fascista ex legionario della guerra di Spagna e ivi ferito gravemente, sovente picchiato duramente dalle ss per ricevere informazioni di cui non era in possesso.

  77. Vi posso garantire di aver scritto più volte una precisazione a mio intervento del 25 agosto 2010 e di aver scritto, pochi giorni fa, alcune righe sull’uso dele fonti orali nella storia compilando questo spazio e dati richiesti come sempre fatto.

    Vi prego di scrivermi all’indirizzo di posta elettronica i motivi per cui tali miei interventi non siano giunti, come asserite.

    Vi prego di pubblicare queste mie righe. Grazie.

    Laura Matelda Puppini

  78. Rinvio dopo aver spedito questo commento anche il pomeriggio e non aver visto pubblicato quanto. Chiedo pubblicazione anche se essa è dovuta per i commenti.
    Se non verranno pubblicat queste mie due righe o mi scrivete come mai non vi giunge la mia posta almeno in ipotesi o riterrò che non vi sia volontà di pubblicazione.

    Per l’ennesima volta invio correzione a quanto scritto 25 agosto 2010: MARIO CANDOTTI, COME PARTIGIANO, AGI’ PREVALENTEMENTE IN CARNIA.
    Per Mario Candotti comunque confronta il suo: CANDOTTI Mario, ricordi di un uomo in divisa, naia, guerra resistenza, ed. I.F.S.M.L. e A.N.A. Pordenone – udine, 1986.

    A quanto aggiungo di aver letto, davvero faticosamente, quanto scritto il 2 novembre 2010, se non erro, su Messaggero Veneto da Pieri Stefanutti che persevera nella sua non metodologia storica.

    Scrivere storia non è un hobby, la ricerca storica prevede una metodologia scientifica precisa e rigorosa, il che non implica il non utilizzare anche fonti orali ma il sapere come vanno utilizzate ed a che fine.

    Al signor Stefanutti avrei voluto indirettamente rispondere, su pagine del Messaggero Veneto che si permette di dare ampio spazio al suo articolo senza verificarne la fondatezza per fonti e rigorosità metodologica. Ho inviato mie righe su metodo storico a detto giornale ma la lettera era troppo lunga e non è stata pubblicata. Comunque siamo ancora a “A lu dis lui a lu dis iei”. Ma sulla figura di Aulo Magrini e la sua storia non si può essere superficiali, come non lo si può essere nelle storie di chi, per ideali o perchè spedito a combattere sul fronte una guerra magari non sua, vi perse la vita.

    Il signor Stefanutti non mi ha risposto in merito alla domanda da quale manuale di metodologia degli studi storici abbia tratto la sua metodologia che indica come assoluta. “Si deve ecc… “ vedi risposta a mia del 25 agosto 2010.
    Rinvierò con mio seguente note di metodo che hanno un riferimento preciso bibliografico non pubblicabile per lunghezza articolo ma esistente.
    Ovviamente rispondo a Stefanutti ad altri non mi pare neppure il caso di rispondere.

    Laura Matelda Puppini

  79. Siamo felici di constatare che finalmente da Lei è arrivato qualcosa… Se avesse dei problemi nell’invio Le consigliamo un corso di informatica senza attribuire ad altri colpe che non hanno.
    Se un nol è bon di doprâ, nol è bon, al nome di dî “mea culpa” cenca scjamâ su chei altris.
    Noi confermiamo che a tutt’oggi questo è il primo commento che riceviamo da Lei dopo lungo periodo
    Sara

  80. @laura…
    e poi il tono dell’intervento, voglio dire qua nessuno è pagato per aspettare le sue missive. Questo è un blog, signora. E ringraziamo il Cielo che qualcuno lo cura e ci vigila.

  81. Come promesso invio. Prego di pubblicare.

    L’USO DELLE FONTI ORALI NELLA RICERCA STORICA. LA STORIA DI POCHI LA STORIA DI TANTI.
    Un tempo non esisteva l’abitudine di utilizzare, in ambito storico, fonti orali, intendendo le narrazioni di persone riguardanti la propria storia, le proprie esperienze, i propri vissuti, gli accadimenti a cui avevano preso parte o di cui erano stati testimoni.
    Dagli anni ’70 l’interesse degli storici italiani si è volto anche alla storia del popolo, della povera gente, di quelli che Tita Maniacco definì i “senza storia”, i dimenticati, gli esclusi.
    La raccolta di registrazioni dei vissuti personali, cioè di fonti orali in ambito storico ha il suo fondamento, quindi, nel tentativo di ricostruire la storia della gente, dei più, di coloro che, insieme, vissero fatti importanti che li accomunarono.
    Uno dei problemi evidenziati, nell’utilizzo di fonti orali in ambito storico, è però quello di sfuggire a ogni possibile equazione tra oralità ed autenticità.
    Infatti le fonti orali richiedono di esser trattate come forme di racconto , di interpretazione del mondo, di conferimento di significati, non come la verità assoluta.
    Per quanto riguarda la storia della Resistenza italiana, il racconto di esperienze da parte di partigiani e resistenti serve a far emergere non solo la drammaticità degli eventi a cui parteciparono, ma anche le tematiche interne alla loro vita ed all’impatto, anche tragico, che essi dovettero vivere tra ideologia e realtà. Le interviste possono servire, quindi, a immettere nella ricerca storica la dimensione del quotidiano, del soggettivo – nel suo complesso rapporto di separazione / intersecazione con il “politico” , con il “pubblico”, ed aiutano a scrivere i rapporti fra storia locale, sociale, nazionale.
    E proprio la caratterizzazione della Resistenza come movimento dal basso chiarisce come il ricorso alle fonti orali diventi obbligato e pertinente a pieno titolo, per misurare lo spessore dei vasti e complessi riflessi sociali, individuali, collettivi, che investirono la stessa base partigiana, la popolazione, gli operai, i contadini.
    L’uso di fonti orali nella ricostruzione di fatti resistenziali hanno fatto sì che, talvolta, la raccolta e l’uso di narrazioni di antifascisti e partigiani o altri sia stato praticato senza avvertire con chiarezza le implicazioni metodologiche e concettuali connesse al ricorso all’oralità, senza considerarne le valenze diverse, le diverse potenzialità, i diversi problemi rispetto alle fonti scritte.
    In sintesi pare davvero difficile servirsi solo di fonti orali per narrare la storia degli accadimenti senza cadere nella a differenza di quella dei costumi e della vita di tanti che sulla memoria di tanti si regge.
    Laura Matelda Puppini

  82. Francamente non comprendo il tono usato da L.M. Puppini; credo di avere sempre mostrato correttezza e rispetto delle altrui posizioni. Non ho mai detto che la ricerca storica si faccia solo con le fonti orali, bensì, e ribadisco, che “E’ dal confronto e dall’integrazione delle fonti che si può (sperare di ) ottenere qualche elemento di ragionevole certezza.”
    Non amo le autocitazioni, ma mi ci trovo costretto: in “Avasinis 1940-45” ho utilizzato 34 testimonianze orali e una “bibliografia essenziale” di 13 testi; in “Novocerkassk e dintorni” 90 testimonianze orali, 72 testi e svariati documenti provenienti da 13 archivi….
    Se ci si limitassimo alle soli fonti scritte, saremmo ancora qui a rileggere, come troviamo in molte pubblicazioni, che il 6 ottobre 1944 c’è stato un eccidio a Braulins con 61 vittime. Lo ha scritto un ricercatore storico nell’immediato dopoguerra, confondendo probabilmente date e località, ed è stato riproposto, senza alcuna verifica, anche da quotati storici.
    Grazie ai curatori del Blog per sostenere l’argomento e, in generale, a tutti: no stìn a copâsi un cu l’altri ma dinsi una man!

  83. correggo mio precedente ove non cancellate due parole:

    “In sintesi pare davvero difficile servirsi solo di fonti orali per narrare la storia degli accadimenti a differenza di quella dei costumi e della vita di tanti che sulla memoria di tanti si regge.
    Laura Matelda Puppini”

    A Stefanutti.

    Mio fratello, da che so, ha stima di Lei, Pieri Stefanutti. Nessuno vuole uccidere nessuno. Le fonti possono essere integrate.

    Ringrazio anch’ io curatori blog.

    Laura Matelda Puppini

  84. Quanti hanno seguito, negli scorsi mesi, la discussione in merito alle ricostruzioni storiche attorno ai fatti delle malghe carniche del 1944, possono essere interessati alla notizia della presentazione del video relativo alla conclusione di un percorso di ricerca:

    E’ stato presentato a Paularo, nell’auditorium “Jacopo Linussio” in via Roma, in una serata promossa dall’Anpi provinciale e dal circolo “Argo Secondari”, il video “Carnia 1944, il sangue degli innocenti” realizzato da Dino Ariis per la Nn-media.
    La realizzazione del video è nata da una “voce” che gira da tempo in Carnia, tesa a insinuare che durante un prelievo di cavalli in Austria da parte dei partigiani carnici vi sia stata una feroce azione delittuosa, capace quindi di “innescare” la decisione di compiere una feroce rappresaglia, compiuta poi da una “controbanda” tedesca nelle malghe di Lanza, Cordin, Pramosio e lungo la valle del But, nel luglio del 1944. La prima citazione di questo tipo risale agli anni ’60, e si deve alla “Storia della guerra civile” di Giorgio Pisanò il quale narra che “sette partigiani “gari­baldini” partirono dalla base di Luincis e, attraverso il Passo Premosio, penetrarono in territorio austriaco. Giunti in una malga nei pressi di Wurmlach, i sette assalirono una baita, uccisero due giovani pastori e violen­tarono a turno una ragazzina di dodici anni che, alla fine, venne gettata ancora viva nel siero bollente. Alla sera, in sella a dei ca­valli sequestrati nei pressi della baita, rien­trarono alla base”.
    La versione è stata ripresa più volte, da svariati ricercatori (Bellinetti Arena, Sollero, Pirina, Corbanese e Mansutti…) sino a diventare convinzione acclarata.
    Dino Ariis e Pieri Stefanutti, rileggendo la documentazione bibliografica disponibile, andando alla ricerca di nuovi testi e documenti e, soprattutto, cercando dei testimoni diretti in grado di rievocare quelle esperienze lontane, sono riusciti dapprima a produrre un video, “Pramosio, il giorno dell’infamia”, presentato nel luglio del 2007 e poi, attraverso un’azione ancor più serrata, al di qua e al di là del confine, ad arrivare, con un nuovo video, “Carnia, il sangue degli innocenti” , a offrire delle risultanze per dimostrare … che quel fatto non è mai accaduto.
    Nel video si definisce innanzitutto l’effettiva entità dei furti di bestiame, cosa che è stata fatta andando “alla fonte”, consultando cioè i documenti della Gendarmeria austriaca e diversi archivi austriaci dove tale documentazione viene conservata in copia e dove non compare mai documentazione del verificarsi di un episodio violento come quello citato.
    Per verificare se un episodio del genere fosse accaduto in altre località ed erroneamente fosse stato attribuito alla zona di Wurmlach, sono stati consultati tutti i registri delle Gendarmerie della valle della Gail, non trovando nemmeno qui alcun riferimento a un episodio del genere.
    Con una serie di interviste raccolte oltre confine, viene documentato il transito di diversi gruppi organizzati in “controbande”, il rientro in Austria dopo le uccisioni nelle malghe carniche, il trasporto del bestiame preso nelle malghe di Lanza e Cordin nella valle del Gail (dove poi è stato caricato su vagoni ferroviari), a ulteriore dimostrazione della insussistenza della tesi che attribuisce le uccisioni e i furti ai partigiani italiani.
    Il video approfondisce poi alcuni dettagli legati proprio alla zona di Paularo, per accertare quanto di vero vi fosse in alcune “voci” che giravano in Carnia relativamente alla “non attribuzione” delle uccisioni di Lanza e di Cordin alla controbanda, Da Paularo, infatti, è emersa recentemente una ricostruzione (che circola in Carnia, anche se ancora non edita ufficialmente) che, effettivamente, tenderebbe ad attribuire ai partigiani una serie notevole di furti di bestiame in Austria e anche le uccisioni di Lanza e di Cordin: nessuno degli elementi riportati riesce però, in realtà, a superare il vaglio dei controlli incrociati e ad assumere quindi elementi di veridicità.
    Nella presentazione di Paularo il video è stato introdotto, oltre che dagli autori, anche dal presidente dell’Anpi Vincenti che ha sottolineato l’importanza del lavoro di ricerca storica teso a definire i contesti effettivi degli episodi ricostruiti. Il presidente dell’Anpi ha anche segnalato la possibilità che, di fronte a iniziative palesemente diffamatorie nei confronti della Resistenza, l’associazione possa anche chiedere l’intervento della magistratura.

    Il pubblico ha poi assistito con viva attenzione alla proiezione del video (quasi due ore di montaggio serrato di interviste e documentazioni) esprimendo un giudizio positivo sul lavoro. Diverse persone, a proiezione conclusa, hanno fornito agli autori della ricerca filmata ulteriori testimonianze su episodi della Resistenza nella zona di Paularo che confermano quanto ricostruito nel video.

    (da: http://gemonese4445.blogspot.it/2012/06/presentato-paularo-carnia-1944-il.html)

  85. Mi piacerebbe, che i vari studiosi che hanno scritto su questo blog, proponessero la loro spiegazione sui fatti dolorosi accaduti in queste zone della Carnia e non solo, concordando di trattare tutti un fatto specifico per volta, in modo che tutt,i lettori, altri studiosi e persone che non sanno niente di cosa è successo (e ce ne sono tante purtroppo) possano conoscere ed imparare.
    Grazie se potete fare questo, anche in piccola parte.
    Claudio Frattini
    Gradisca d’Isonzo (GO)

  86. La proposta del sig. Frattini è interessante. Il fatto però che anche su questo Blog vi sia stato un picco di discussioni anche accese e poi il tutto sia andato scemando indica forse come sia in atto una fase di “stanca”, derivata anche, probabilmente, dalla generale difficoltà a confrontarsi ed eventualmente a rivedere le proprie convinzioni.

  87. Claudio Frattini, le consiglio la lettura di: ROMANO MARCHETTI, “Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona”, a cura di Laura Matelda Puppini, ed .IFSML e Kappa – vu, 2013.

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